6 palloncini, la recensione del film originale Netflix

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Katie sta preparando con l’aiuto di amici e genitori una festa a sorpresa per il compleanno del fidanzato Jack, cercando di far collidere tutto alla perfezione. Non ha considerato però la gestione del fratello Seth, caduto in passato nel baratro della tossicodipendenza, e della piccola figlia di lui Ella. In 6 palloncini la donna, notando la mancata risposta alle email e sospettando che il consanguineo sia ricaduto nel giro della droga, decide di andare a prenderlo a casa scoprendo che i suoi sospetti erano più che fondati. Katie cerca allora di convincerlo a entrare per l’ennesima volta in un centro di disintossicazione con scarsi risultati e, legata a lui in maniera quasi morbosa nonostante l’ostilità dell’intera famiglia, rischia di mandare a monte il party così minuziosamente organizzato pur di rimanergli vicino nella complessa fase dell’astinenza.

Nodo alla gola

L’esordio dietro la macchina da presa dell’autrice teatrale Marja-Lewis Ryan, anche sceneggiatrice, ci trascina nell’inferno della tossicodipendenza attraverso un film piccolo ma portatore di profondi spunti di riflessione su una tematica così complessa e aperta a interpretazioni. 6 palloncini (produzione originale Netflix) crea un senso di profondo disagio nei suoi ottanta minuti scarsi, riesce attraverso situazioni via via più estreme a drammatiche a tracciare con lucidità le psicologie dei due personaggi principali, il “malato” Seth e la sorella maggiore Katie. Proprio quest’ultima si rivela sì ancora di salvezza in determinate occasioni, assume però maggiori sfumature grazie ai continui voice-over di un fantomatico percorso spirituale e l’emblematico finale chiude perfettamente i conti tra la coppia protagonista in un epilogo amaro e comunque aperto alla speranza, segno di una nuova consapevolezza. Una narrazione verosimile che vive sulla spontaneità degli eventi, con dialoghi credibili e momenti ad alto tasso di tensione emotiva laddove il terzo incomodo, alias la figlia piccola di Seth, è al centro di alcuni dei passaggi più sofferti di quest’odissea notturna nella quale il sacrificio di una equivale alla sicurezza dell’altro in uno scambio di favori senza equilibrio. A tratti il rischio di scadere nel mero patetismo si fa presente ma l’intensità delle performance di Dave Franco e Abbi Jacobson riesce comunque a dar vita a figure ricche di profonda umanità, sia in positivo che negativo, alle quali è difficile non affezionarsi seppur in maniera del tutto differente.

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