A quiet place – Un posto tranquillo e l’importanza del suono per il cinema

Il cinema comunica con lo spettatore su più livelli sensoriali. La stragrande maggioranza delle volte però, sono le immagini a essere protagoniste, del resto questo medium è nato con l’intento di mostrare qualcosa più che farla sentire. Eppure, come mostrato anche dal regista Michel Hazanavicius in The Artist, capolavoro del 2011 con Jean Dujardin, l’impatto dell’arrivo del suono al cinema è stato sconvolgente, non tanto come vedere per la prima volta “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat“, ma comunque enorme.
Oggi questo impatto è diminuito, nelle case l’audio multicanale è poco sfruttato, al cinema, salvo qualche raro caso, le sale italiane non adottano impianti moderni con cui godersi al meglio questa parte fondamentale di un film. In questi giorni però è arrivato nelle sale A quiet place – Un posto tranquillo, che mette al centro della scena proprio il sonoro e lo fa fin dal titolo, portando in scena uno degli horror più riusciti e particolari degli ultimi anni.

Un film da guardare con le orecchie

In un periodo in cui è la serialità a vincere al botteghino e in cui il cinema d’autore, quello di nicchia e quello indipendente trovano sempre meno spazio nella sale, realizzare un film in cui i protagonisti non parlano per il 90% del tempo è un azzardo. Il rischio di non arrivare è in sala è concreto, ne sa qualcosa l’Annientamento di Alex Garland. Se poi questa particolarità viene applicata a una pellicola che non cerca di essere autoriale, puntando comunque sulla qualità, ma vuole invece intrattenere e legare lo spettatore alla sedia per 95 minuti, allora il compito è ancora più arduo. Compito che però è stato portato a termine dal regista, nonché protagonista insieme a una convincente Emily Blunt, John Krasinski. A quiet place è un film sussurrato, dove le parole, le poche volte in cui si sentono, assumono un peso notevole nello svolgersi degli eventi, ma i veri protagonisti sono i suoni, che insieme alle immagini vanno a comporre un tutt’uno che raramente si è visto al cinema, per di più in un horror.
La paura, tutta la tensione emotiva viene così veicolata attraverso i rumori ambientali, veri protagonisti di un mondo in cui la parola è stata praticamente bandita. Il suono del vento in un paesaggio rurale, che di primo acchito dovrebbe trasmettere tranquillità, diventa fonte di tensione verso una natura che, seppur spettatrice passiva degli eventi, nasconde in realtà pericoli dietro ogni albero, nei campi coltivati, insomma ovunque. Anche camminare, per i protagonisti del film, è un problema, tanto che il loro pellegrinaggio iniziale viene fatto interamente a piedi nudi, per non generare suono alcuno.
John Krasinski è stato bravo a non abusare di questo espediente narrativo, che se troppo enfatizzato avrebbe perso il suo effetto dopo i primi minuti. Di scale di legno scricchiolanti e porte che cigolano il cinema horror ne ha visti migliaia e non sono certo una novità, ma l’assenza del parlato e l’utilizzo dei suoni ambientali dosato a puntino permettono al film di differenziarsi dalla massa, portando lo spettatore, in alcuni casi, a guardare più con le orecchie che con gli occhi, in una sinestesia filmica unica nel genere.

Ecco perché, in questo caso più che in altri, è importante dare il giusto peso a un sonoro che merita di essere ascoltato come si deve, al cinema. A quiet place è il cinema, l’esempio perfetto di contenuto filmico che per essere goduto, e compreso appieno, deve per forza di cose essere fruito nel buio di una sala, offrendo allo spettatore un’atmosfera unica nel suo genere, con buona pace di chi la vede già morta e sepolta.

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