American Crime Story, recensione della stagione 2: The Assassination of Versace




Natale Ciappina Traumatizzato dallo studio di Kierkegaard, è solito nascondere il suo nome fra miriadi di pseudonimi, sommerso com’è fra le sue infinite liste di cose da fare, vedere, ascoltare, leggere e magari anche giocare.

Ryan Murphy non è certo un novizio nel campo della serialità televisiva, eppure il debutto nel 2016 di American Crime Story è riuscito a stupire un po’ tutti, mettendo d’accordo sia critica che pubblico: The People v. O.J. Simpson, sottotitolo della prima stagione di questa serie a carattere antologico, si è rivelata come una delle serie TV più apprezzate dell’anno. Un legal drama riuscitissimo, in grado di tenere incollati gli spettatori fino all’ultimo episodio; soprattutto, The People v. O.J. Simpson è riuscito a sorprendere, aspetto non banale considerando che si trattava di una vicenda molto nota, soprattutto negli Stati Uniti. Bissare questo successo, insomma, era veramente difficile. Anche perché Ryan Murphy, preso com’è dai suoi tanti altri progetti (American Horror Story, Feud, 9-1-1 e i prossimi Pose e The Politician, quest’ultimo in collaborazione con Netflix), ha deciso di lasciare spazio ai suoi più stretti collaboratori per questa seconda stagione di American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace, della cui premiere vi abbiamo già parlato su queste pagine nelle scorse settimane. Dunque, dopo nove episodi che hanno tenuto impegnati gli spettatori per più di due mesi, American Crime Story si sarà confermato sullo stesso livello del suo folgorante debutto?

Il one-man show di Darren Criss

Uno dei punti forti di The People v. O.J. Simpson, come già detto, risiedeva nel suo cast, tanto blasonato quanto a proprio agio nella parte, andando a formare una solidissima performance corale. Una situazione difficilmente riproducibile, anche per via della natura non più strettamente giudiziaria della vicenda, e infatti The Assassination of Gianni Versace prende un’altra strada: i nomi in ballo sono sempre grossi, con quello di Penélope Cruz su tutti, ma a spiccare è l’interpretazione di Darren Criss nei panni di Andrew Cunanan, l’assassino di Gianni Versace, il vero protagonista di questa stagione. Proprio per questo non pochi, a partire dalla famiglia Versace, hanno storto il naso per la scelta, in termini narrativi, di dare addirittura più spazio al carnefice che alla vittima.
Prescindendo da ogni giudizio di stampo moralistico, possiamo però affermare che questa scelta di sceneggiatura ha pagato: lungo il corso degli episodi si esplorano tutte le nevrosi, le turbe, le paure ma anche i desideri e i sogni dell’assassino, Andrew Cunanan, attraverso una decostruzione del suo personaggio che avviene progressivamente, con analessi che vanno ad approfondire la storia dell’uomo interpretato da Darren Criss, fino a farcelo odiare per tutta la sua crudeltà apparentemente immotivata, ma anche provocando nello spettatore un forte senso di compassione per tutto il suo trascorso.
In tutto ciò, la metafora che sta di fondo è quella, forse un po’ banale seppur veicolata in modo neanche troppo didascalico, della stessa medaglia con due facce apparentemente molto diverse: quelle di Gianni Versace e di Andrew Cunanan. Una talentuosa e caparbia, l’altra più frivola e sfortunata, ma entrambe accumunate dall’omosessualità, che soprattutto fino a qualche decennio fa faceva rima con pregiudizio, figlio in particolare dell’AIDS, che ai tempi veniva associato in maniera diretta al mondo omosessuale.

Viaggiando fra alti e bassi

La scelta di far ruotare la narrazione attorno all’assassino, relegando così Donatella e Gianni Versace ai margini, non può però non sollevare qualche dubbio già a partire dal titolo, quasi ingannevole, dato che la vicenda dell’assassinio dello stilista si risolve – almeno in senso stretto – in una manciata di episodi. A convincere meno è poi la focalizzazione sulla figura di Andrew Cunanan, a volte così esasperata da sfociare in puntate ridondanti in cui l’approfondimento psicologico ruota sempre attorno alle stesse nevrosi del personaggio in questione.
Sarebbe però ingeneroso fermarsi a queste obiezioni, perché questa stagione di American Crime Story riesce a regalare momenti di alto intrattenimento seriale come il nono ed ultimo episodio, in cui tutti i nodi vengono al pettine attraverso una costruzione degli eventi quasi surreale, e che ben interpreta la pervasività dei mezzi di comunicazione già in quegli anni ’90 che oggi, a più di vent’anni di distanza, ci paiono così vetusti e sconnessi con la realtà. Va dato poi atto agli sceneggiatori di essersi trovati di fronte a una vicenda decisamente più difficile, rispetto a quella di O.J. Simpson, da trasporre sul piccolo schermo: qui non c’era la componente legal, forse collante per antonomasia dei true crime televisivi, senza contare poi che la vicenda dell’assassinio di Gianni Versace si è risolta relativamente in poco tempo, garantendo così un numero risicato di spunti narrativi. Non reggerà forse il confronto con la prima stagione, eppure The Assassination of Gianni Versace resta un true crime che non aggiunge nulla al genere di appartenenza, ma riesce comunque a intrattenere, tra qualche basso e numerosi alti.

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