Antonio Albanese in direzione ostinata e contraria

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Mario Cavallaro è un milanese doc, verace, quasi un uomo d’altri tempi, un commerciante vecchio stampo abituato alla sua routine. Da oltre trent’anni fa colazione ogni mattina nello stesso bar, dove trova il caffè marocchino perfetto per i suoi gusti, annaffia le piante che cura in terrazza e apre le serrande della sua bottega, un negozio di calze e calzini di lunga tradizione. È ormai qualche anno però che le sue certezze traballano sempre più, il suo quartiere è praticamente irriconoscibile per via degli extracomunitari che hanno aperto attività, negozi di ogni tipo, ristoranti e chioschi di kebab. Le strade inoltre si sono riempite di uomini e ragazzi di colore che, con fare sempre amichevole, cercano di vendere una cintura, una rosa, un paio di calzini di dubbia qualità. Proprio uno di questi ragazzi fa affari d’oro davanti alle sue vetrine: le gente che esce scontenta dal negozio per i prezzi ormai fuori mercato, si accontenta con gusto di acquistare calze “da battaglia” a buon mercato.
Per Mario, difensore dell’italianità più fiera, della qualità assoluta a tutti i costi, è la goccia che fa traboccare il vaso. In una mattina di follia decide di riportare in Africa tutti questi ragazzi di colore che ciondolano per strada, iniziando proprio da chi gli sta rovinando i già precari affari. Ha inizio così un viaggio on the road su quattro ruote che dalla Milano bene punta dritto al Senegal, una terra dimenticata che secondo il Cavallaro ha ancora molto da dare ai suoi figli. Mentre ogni giorno telegiornali e giornali si riempiono di immagini di barconi pieni fino all’inverosimile di gente disperata che cerca di approdare in Italia, Antonio Albanese sceglie di procedere Contromano, in senso opposto e contrario.

Marcia indietro

Il tema dell’immigrazione, lo sappiamo bene, domina l’attenzione pubblica e politica da diversi anni, le coste siciliane hanno soccorso e accolto centinaia di migliaia di persone provenienti dall’Africa, cercatori di una nuova America che si sono poi sparpagliati a macchia d’olio su tutto il nostro territorio. Molti ragazzi appartenenti agli ultimi flussi hanno trovato lavoro, tantissimi però sono ancora in balia dei centri d’accoglienza e passano le loro giornate alla buona, vendendo merce di dubbia natura per le strade delle nostre città. Antonio Albanese, insieme ad Andrea Salerno e Stefano Bises in sede di sceneggiatura, si cala nei panni di un italiano che non è più disposto a dividere nulla con i migranti, né uno spazio di marciapiede, né l’ipotesi di un futuro diverso, multietnico e multiculturale. Davanti a una politica che parla e non agisce, decide così di attivarsi in prima persona e di trascinare il vulcanico Oba (Alex Fondja) fino in Senegal, sua terra di origine.
Fra di loro però si inserisce anche la bella e avvenente Dalida (Aude Legastelois), sorella ambigua di Oba, che farà crollare molti dei pregiudizi di Mario Cavallaro spingendo lui e il film verso un finale prevedibile e positivo. Contromano è infatti una commedia dalle grandi ambizioni morali, che con ironia e una poesia di facciata tenta di convincere anche i più scettici rispetto all’immigrazione. Molti italiani infatti vomitano sentenze sul tema senza conoscere la controparte, senza instaurare un dialogo con i migranti stessi, senza approfondire il background di questa gente che arriva dall’Africa, insomma senza ascoltare opinioni e sensazioni opposte. È proprio a questi italiani conservatori che Antonio Albanese parla a cuore aperto, immedesimandosi in uno di loro.

Smarrire la bussola

Se dal punto di vista educativo e morale Contromano è un film pieno di valori sani e positivi, praticamente inattaccabile, sul fronte pratico e prettamente cinematografico non è certo privo di difetti. Salvo una prima mezz’ora ben scritta, ironica al punto giusto e perfetta nel descrivere la routine a rischio del protagonista, l’inizio vero e proprio del viaggio on the road fa perdere ben presto tutto il carattere e il mordente del prologo. Al di là del fatto che i migranti vengano descritti come persone ambigue, pronte anche a truffare il prossimo, seppur in funzione di una storia in cui gli italiani fanno anche peggio, è proprio la narrazione che diventa piatta e lineare con il passare dei minuti, con colpi di scena che stentano a entusiasmare lo spettatore e momenti “di secca”. Dalla poltrona così si finisce ben presto per perdere tutta l’attenzione e ritrovarsi a controllare nervosamente l’ora al polso. Un peccato capitale, viste le ottime intenzioni di base, l’importanza del tema e il talento di Antonio Albanese, in questo caso impegnato anche dietro la macchina da presa. La sua regia è sempre misurata, sempre attenta ai protagonisti e alle loro emozioni, è però come attore che ovviamente dà il meglio di se.

Nella prima parte, durante la quale monta la rabbia e la follia in Mario Cavallaro, l’interpretazione dell’attore/regista è davvero gustosa, si sorride con naturalezza estrema delle sue sfortune, salvo poi diventare monocromatica con il passare dei minuti e delle situazioni. A mancare è una vera spalla comica di spessore (pensiamo all’alchimia trovata con Paola Cortellesi nel recente Un Gatto in Tangenziale, ad esempio), Alex Fondja fa con dedizione il lavoro prefissato senza mai andare oltre i confini, Aude Legastelois invece è brava a giocare il ruolo della gattona sensuale e doppiogiochista, i due però non riescono a colorare in maniera decisiva e indelebile il film.

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