Benji, la recensione del film originale Netflix

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Carter e Frankie, orfani di padre, frequentano le scuole elementari e vivono con la madre poliziotta in una precaria situazione finanziaria, tanto da aver dovuto ipotecare l’orologio dell’amato genitore scomparso. Un giorno il bambino si imbatte per strada in un cane randagio con il quale si instaura subito un forte legame, tanto che la bestiola riesce ad intrufolarsi di nascosto nella casa del suo nuovo amico. Con la complicità della sorella Carter decide di adottarlo e di chiamarlo Benji, tenendolo inizialmente nascosto agli occhi della genitrice che quando ne scopre la presenza intima di abbandonarlo al suo destino dato che i soldi guadagnati bastano a stento per i beni materiali della famiglia. Il cagnolino si rivelerà però fondamentale quando i due fratelli verranno presi in ostaggio da una coppia di rapinatori, rivelandosi l’ultima speranza per salvarli da un orribile destino.

Eroe a quattro zampe

È alquanto straniante che dietro la produzione di questa commedia canina per famiglie vi sia il factotum del moderno horror a stelle e strisce Jason Blum, ma si sa le logiche di mercato hanno regole imprevedibili. Realizzato con le finanze dell’attivissima Blumhouse Productions, Benji (disponibile come originale Netflix) è un reboot / remake del cult a tema Beniamino (1974) e vede la presenza dietro la macchina da presa di Brandon Camp (anche autore della sceneggiatura), figlio di quel Joe che oltre quarant’anni prima diresse l’originale. In questa nuova versione l’impianto narrativo segue abbastanza fedelmente, almeno nelle linee guida, lo stesso percorso del prototipo puntando tutte le sue carte sul carisma dell’interprete a quattro zampe, vero e proprio cuore emotivo del racconto. Non a caso la camera si concentra perennemente sui simpatici sguardi del bastardino, protagonista insieme ad altri canidi delle sequenze più tenere e spassose dei novanta minuti di visione. Vedere il simpatico pelosetto spostare bidoni della spazzatura per crearsi una sorta di trampolino, aprire serrature o farsi inseguire dalla polizia per condurre al covo dei rapitori supera naturalmente ogni limite di verosimiglianza ma il pubblico di riferimento, pressoché popolato da bambini con genitori a seguito, avrà di che divertirsi, con tanto di forzati rimandi ad altri classici per grandi e piccini tra cui un caposaldo come E.T. l’extra-terrestre (1984) quando i bambini cercano di nascondere l’animale dalla vista della madre.

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