Boro il Bruco al Museo Ghibli: l’anteprima del nuovo corto di Miyazaki

Il silenzio del Maestro Hayao Miyazaki nell’animazione, durato cinque anni, si è ufficialmente interrotto con la presentazione del suo più recente lavoro, ovvero il nuovissimo cortometraggio visibile unicamente nel cinema interno al Museo Ghibli di Mitaka: Kemushi no Boro (Boro il Bruco) è stato così infine proiettato il 21 marzo 2018 e nei giorni a seguire, dopo una scrupolosa lavorazione che il documentario della rete nipponica nazionale NHK “Hayao Miyazaki – Never Ending Man” aveva accuratamente filmato.
 

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Il bruco Boro, nato da un uovo tra i cespugli d’erba, si guarda attorno per la prima volta e gusta lo splendore del sole mattutino e la dolcezza dell’aria. Sceso dalla piantina di senecione, si muove sul terreno nel mondo dei bruchi, e dei nemici dei bruchi.

Si parte da lontano: Miyazaki ha rivelato di aver iniziato a pianificare la storia del bruco quasi vent’anni fa, e l’ha descritta come “la storia di un piccolo bruco peloso, così minuto da poter essere facilmente strizzato tra le vostre dita.”
Si arriva al presente: è solo di qualche giorno fa la notizia che è stato il celebre comico, presentatore e cabarettista dalle onnipresenti lenti scure Tamori-san a prestare la propria voce per rendere gli effetti sonori del corto.
 

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Eppure, malgrado un rimpallo di informazioni e curiosità che si sono rifrante da ogni dove in merito a questa non così breve novità dell’animazione, c’è ancora molto da dire sui 14 minuti e 20 secondi di proiezione; perché in fondo non ne era stata svelata la trama e la sceneggiatura è inedita, scritta e diretta da Hayao Miyazaki in persona, a dispetto dei suoi programmi di pensionamento.

Boro il Bruco diverrà dunque uno dei migliori corti proiettati a rotazione all’interno del Museo Ghibli? Oppure si renderà famoso ai posteri come indulgente progetto post-pensionamento che manca di colpire l’obiettivo? Chi l’ha già visto si sente di collocarlo da qualche parte a metà di queste due opzioni e di seguito eccone le ragioni.

 

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Il tutto inizia da un uovo che si schiude su uno stelo d’erba: ne emerge Boro il Bruco, che si ritrova così circondato da un ambiente nuovo e del tutto non familiare, che si accinge ad esplorare.
Da subito l’atmosfera si fa stranamente oscura e preoccupante, piuttosto ad hoc nel rendere l’idea del corpicino di un bruco a sedici zampe immerso in un mondo che appare gigante ai suoi minuscoli occhi; nello stesso tempo però, il distacco è forte rispetto a molti dei corti delicati e più impostati per i bambini presenti nel catalogo dei cortometraggi del Museo Ghibli.
 

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Si fa notare senz’altro il comparto sonoro; Miyazaki aveva riferito che “questo film non sarebbe stato completato senza Tamori-san“, il che è decisamente vero dal momento che la sua voce viene utilizzata per dare vita pressoché a qualunque cosa, dal piccolo bruco protagonista ad altri insetti volanti, fino al suono del traballante triciclo di una bambina.
 

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E’ una scelta invero bizzarra, quella di utilizzare la voce di un attore settantadueenne per infondere vita nel neonato Boro; è ancora più peculiare pensare Tamori-san nel creare tutta una serie di suoni, a bassa frequenza, per tutti i personaggi che appaiono nel corto. Ciò rende difficile per lo spettatore distinguere i suoni di Boro dagli altri, ovvero stabilire una connessione alle sue risposte emozionali, piuttosto che alle reazioni di tutti gli altri insetti presenti.

Ancora più sorprendente è la livellazione del volume, ovvero l’assenza di una qualunque sorta di dimensionalità dell’audio: che un insetto sia in primissimo piano o stia ronzando da qualche parte sullo sfondo, non fa differenza.
Se alcuni ritengono che questo tipo di suono mono-dimensionale sia dovuto alla mancanza di un impianto stereo di alta qualità nel teatro, altri ritengono invece che un approccio diverso renderebbe senz’altro la storia più semplice e godibile agli spettatori, che ‘empatizzerebbero‘ così di più con i suoi vari personaggi.
 

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Anche nel lungometraggio animato del 2013 “Si alza il vento” (Kaze tachinu) di Miyazaki erano stati inclusi effetti sonori realizzati con la bocca, ma in questo cortometraggio il concetto prende vita in maniera completamente diversa, e poco viene fatto per raggiungere un pieno senso di realismo.
Che sia sul neonato Boro, sulle figure più anziane di altri bruchi o di un calabrone di passaggio, la voce profonda di Tamori-san non si connota di leggerezza, tantomeno di possibile femminilità, il che implica che tutti gli insetti del film appaiano come indubbiamente di sesso maschile.

Nello stesso tempo però il lavoro di Tamori-san è ammirevole perché i suoni degli insetti assomigliano più a veicoli, martelli pneumatici e traffico stradale che a vera natura, il che ci fa riflettere a livello più ampio sulle nostre vite e sull’ambiente rumoroso che ci circonda; una delle migliori performance di Tamori si ha su una vespa a caccia, cui Miyazaki ha dato l’aspetto di un “velivolo sul campo di battaglia.”
 

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Quel che manca all’audio in termini di varietà, lo compensa interamente il comparto grafico attraverso scene di delicata bellezza che catturano il momento in cui Boro fa il suo primo assaggio della “gelatina d’aria” o di quando viene in contatto con i caldi raggi di sole e sgranocchia foglioline verdi ricche di nutrienti.
 

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Miyazaki è sempre stato un eccellente narratore proprio attraverso le immagini, necessitando di nient’altro che di queste per evocare un’atmosfera, e il minimo dei movimenti per trasmettere un’emozione. In questo ritroviamo delle similarità tra Boro e il corto Mizugumo Monmon (Il Ragno d’acqua) del 2006 presente al Museo Ghibli.
 

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Sia i ragni d’acqua che i bruchi sono entrambi esseri viventi minuscoli collocati in ambienti ampi e talora spaventosi; niente nella vita rimane costante, ecco perché entrambi si imbarcano in un viaggio alla scoperta di sé, imparando ad adattarsi a nuovi mondi ed esperienze. In questo senso, e come già detto sopra, Boro è una metafora della nostra vita filtrata dagli occhi di un bruco, senza però gli splendidi effetti sonori e la magnifica colonna sonora che avevamo visto ne Il Ragno d’acqua.
In Boro, in effetti, i rumori dettati da gesti naturali come ad esempio le cacche dei bruchi, che si prendono una buona porzione del corto, sono silenti. L’assenza di rumori del mondo reale quali auto, bus o persino passi umani mentre Boro va incontro al suo viaggio nella vita è una mossa po’ enigmatica, che ti aspetteresti di ritrovare nel cinema di nicchia di un regista d’avanguardia, piuttosto che qui.
 

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Guardando questo corto sembra quasi di vedere il mondo da una collocazione posta sott’acqua di appena un dito di profondità; una dimensione da cui si possono intravedere tutte le cose che accadono intorno a sé, ma di cui si riesce a sentire solo la propria voce nella propria testa, e nessun altro suono.

Miyazaki sta forse cercando di dirci che i bruchi sono duri d’orecchi, o che dovremmo ascoltare più a fondo i rumori di fondo nell’ambiente naturale a noi circostante?
E’ senz’altro un approccio all’animazione interessante e che induce a provocare delle riflessioni; è qualcosa che solo qualcuno come Miyazaki a questo punto della sua carriera poteva escogitare, non avendo più niente da dover dimostrare al mondo e potendo così fare scelte stilistiche che il suo produttore e amico di lunga data Toshio Suzuki gli avrebbe negato anni fa.
Dopotutto, è stato proprio Suzuki a consigliare a Miyazaki di mettere in pausa Boro per proseguire piuttosto con La Principessa Mononoke, quando Miyazaki gli presentò l’idea del bruco 20 anni fa.
 

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Qualche spettatore potrà infatti anche essere dibattuto circa la colonna sonora di Boro, ma è innegabile che Miyazaki abbia ora raggiunto, con questo corto, proprio ciò che si prefiggeva. Nel vedere il mondo attraverso gli occhietti di un piccolo bruco, mediante l’uso di grafiche spettacolari, siamo incoraggiati anche noi a rivalutare le nostre vite e il modo in cui le portiamo avanti.

E nel ricordarci del mondo della natura che ci circonda, degli esseri che la popolano, l’eredità di Miyazaki nel promuovere uno stile di vita che sia consapevole e attento all’ambiente attorno a noi non è mai stata più chiara di così.
Sicuramente è un progetto indulgente con sé stesso che va a chiudere il cerchio di un qualcosa che era rimasto in sospeso con gli inizi della carriera del maestro, ma al tempo stesso è anche qualcosa di meravigliosamente bello, caratterizzato da uno stile come sempre unico.

Fonti consultate:
SoraNews24 1, 2

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