british humor al servizio di una fiaba animalista

Tra gli innumerevoli personaggi che compongono la corposa e massiccia letteratura inglese per bambini o ragazzi, negli ultimi anni sono stati pescati per essere tradotti al cinema Il GGG di Roal Dahl, diretto da Steven Spielberg, e il più riuscito Paddington, che con due capitoli all’attivo è riuscito anche a conquistarsi, grazie alla guida virtuosa di Paul King, un perfect score su Rotten Tomatoes. Nel caso dell’orsetto londinese nato dalla mente di Michael Bond parliamo però di una fiaba per bambini a tutto tondo, dove il politically incorrect non fa quasi mai capolino in virtù di un british humor infantile ed educato, comunque molto godibile. È intrattenimento eterogeneo che fa della ricercatezza stilistica il suo punto di forza, sempre a braccetto con la valorizzazione di sani principi di vita e una struttura dove al centro di tutto si pone la famiglia, come nucleo protettivo, senza contare l’accettazione del diverso.
Tutto è però inserito in un contesto british dal sapore reale ma surreale, quasi Andersoniano, cosa che con Peter Rabbit di Will Gluck invece non accade, essendo l’adattamento del racconto di Beatrix Potter molto più composto sul piano artistico ma concettualmente più sfacciato, sgomitante.

Il giardino del vicino è sempre più verde

Il racconto di Peter Rabbit ha cresciuto innumerevoli generazioni di bambini sognanti e socialmente rappresenta per la donna in generale un grande successo, perché la Potter decise di pubblicarlo in solitaria, con le sue sole forze, dopo che il libro venne rifiutato da ben sei case editrici. La natura infantile del racconto originale, accompagnato da materiale illustrato, collide quindi con l’importanza culturale nell’affermazione, nell’indipendenza e nell’emancipazione lavorativa dell’autrice. La Potter pensò comunque a tutto, persino alle dimensioni del libro, che doveva adattarsi perfettamente alle piccole mani dei bambini così che potessero immergere i loro occhi nei disegni all’interno del racconto, per un’esperienza ai tempi davvero innovativa anche per costi (il prezzo era di un solo scellino!) e linguaggio, rivolto sì ai piccoli ma senza sottovalutarne le capacità intellettive, quindi composto anche da termini complessi ma comunque di facile fruizione, anche se mai superficiali. Ed è interessante notare come Gluck abbia voluto forse seguire queste direttive, confezionando quindi un film su misura per bambini, adatto ai loro occhi, ma con un linguaggio narrativo intermedio, mai aulico ma comunque ricco di spunti intelligenti e dialoghi anche pungenti, così che anche un adulto possa divertirsi senza sentire addosso il peso dei propri anni.
Peter Rabbit è un film generalmente riuscito che cerca di andare oltre la semplicità della storia originale, provando ad ampliare il raggio d’azione al di fuori del giardino di Mr. McGregor e cambiando un paio di carte in tavola per parlare di famiglia, amicizia, amore e in(sana) rivalità. È come se il regista avesse cambiato passo generazionale, consegnando la fiaba della Potter ai bambini del XI secolo, ai più piccoli ma anche a quelli più cresciuti, divenuti padri o madri. Da qui la scelta di eliminare (letteralmente) McGregor Senior (Sam Neill) in favore di McGregor Junior, un convincente e isterico Domhnall Gleeson, pro-nipote ossessivo-compulsivo dall’animo metropolitano che sarà costretto da trasferirsi in campagna per vendere la magione dello zio.
Qui incontrerà il pestifero Peter Rabbit (doppiato in italiano da un Nicola Savino), le sue sorelle e i suoi amici animali, dal Maialino fintamente borghese alla volpe affamata fino alla rana pescatrice, tutti convinti di aver conquistato il Giardino dell’Eden -paradiso di carote e vari ortaggi- dopo la morte di McGregor Senior. Si dovranno purtroppo ricredere con l’arrivo di Thomas, ma la sfida tra trappole alla Home Alone e colpi di furbizia sarà assolutamente una goduria per ritmo e ironia, con risvolti emotivamente misurati ma un po’ telefonati, forse banali.

Eppure Peter Rabbit resta una fiaba meno composta del previsto, che gioca anche su temi oggi tabù come le allergie alimentari o addirittura sulla morte, con tatto ma senza mai soffrire di retorica bambinesca, insopportabile. C’è equilibrio tematico e tonale, in un film che non pretende di essere più di quello che appare, una favola fieramente infantile capace di arrivare con la sua bontà e il suo humor davvero a tutti, con diversi gradi di approvazione. I più piccoli si divertiranno nel vedere le azioni scomposte e raffazzonate dei coniglietti, mentre i più grandi apprezzeranno il rapporto odi et amo tra Thomas e Peter e la centralità della tematica familiare.
Insomma, l’uscita dalla tana della letteratura e dell’animazione alla scoperta del mondo live-action ha davvero donato al pelo di Peter Rabbit, sia per quanto riguarda una gioia meramente puerile sia per una genuina ironia british calzante e mai fuori posto, al netto dei suoi indubbi limiti narrativi e di qualche insicurezza stilistica nella regia. Un titolo da the e divano per tutta la famiglia.

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