Cinema e videogiochi sempre più simili all’E3 2018: esiste ancora un confine?

Con l’apertura dello showcase in quel di Los Angeles, è cominciata ufficialmente ieri la parte “espositiva” dell’E3 2018 (Electronic Entertainment Expo, la fiera più importante dedicata all’intrattenimento videoludico), ma prima di accogliere il suo grande pubblico l’evento losangelino ha mostrato le novità delle major del settore con le puntuali conferenze. Se state seguendo assiduamente il nostro coverage, allora sapete benissimo quali sono stati i titoli più importanti rivelati da Microsoft, Sony e Ubisoft, ma c’è una sorta di file rouge che collega più o meno tutte le software house: uno sguardo attento al mondo del cinema. L’orizzonte, in realtà, è stato già bello che raggiunto da anni, con esperienze interattive dal taglio prettamente cinematografico come i progetti di David Cage (Heavy Rain, Detroit: Became Human) o la forte componente narrativa di The Last of Us e Bioshock, ma adesso sembra che i due rispettivi linguaggi si stiano avviando verso una compenetrazione ancora più articolata. Non solo nella forma o nella scrittura, quindi, ma attraverso un attivo interscambio di tecnologie e risorse, dove queste ultime si traducono specialmente in artigiani del settore e attori professionisti e le prime nelle esperienze in realtà virtuale.

Partecipazione attiva

È difficile che il linguaggio videoludico riesca a contaminare fortemente quello cinematografico, quando è invece più comune che accada il contrario. Detto questo, soprattutto grazie a convinti innovatori come Alejandro Gonzalez Inarritu, abbiamo avuto modo di assistere allo sfruttamento della tecnologia VR in progetti come Carne Y Arena, più un’istallazione artistica che un film vero e proprio. Resta intatta l’esperienza, che è poi quello a cui ogni narratore o artista a tutto tondo dovrebbe generalmente puntare, ma si nota già da questo esempio come il videogioco e alcune tecniche ad esso correlate non riescano a scalfire ancora nel profondo la forma filmica. Che invece, al contrario, l’espressione cinematografica abbia ormai completamente invaso quella videoludica lo si è ampiamente capito anche da quest’ultimo E3, per via di titoli come Death Stranding, Transference o Beyond Good & Evil II. Ognuno di questi progetti ha infatti una diversa correlazione con il linguaggio cinematografico.
Il primo, Death Stranding, è la nuova opera di Hideo Kojima sviluppata grazie alla sua Kojima Productions, software house nata dopo il brutto e sanguinoso divorzio con la Konami, che ha rimesso nella mani del geniale game designer giapponese la sua stessa libertà. Questo lo si è notato ad esempio anche dal suo account Instagram, piattaforma social dove da due anni a questa parte il buon Kojima è attivissimo. Tra un viaggio e l’altro (Londra, Milano, New York), l’artista ha avuto modo di mostrate tutto il suo amore per la settima arte, lo stesso che ogni sua opera trasuda da decenni. Il fatto è che in ogni Metal Gear Solid il rapporto con il cinema è esclusivamente di contaminazione espressiva, ma con l’arrivo della performance capture (utilizzata già in Beyond, L.A. Noir e altri) Kojima ha finalmente deciso di coinvolgere attivamente in Death Stranding alcuni tra i più famosi e richiesti attori del momento.
È così, quindi, che grazie al suo nome e le sue idee sicuramente vincenti è riuscito a convincere nomi come Norman Reedus, Mads Mikkelsen, Lea Seydoux e Lindsay Wagner a partecipare come protagonisti al suo progetto, che rappresenta al momento il massimo esempio di compenetrazione attiva tra cinema e videogioco. Potremmo anche aggiungere alla lista la sua amicizia con diversi registi come Guillermo Del Toro, Nicolas Winding Refn e Jordan Vogt-Roberts (che sta sviluppando l’adattamento di Metal Gear Solid), tutti nomi con i quali c’è un grande scambio di idee, le stesse che andranno poi ad arricchire il comparto visivo e narrativo di Death Stranding, la cui trama e mondo di gioco appaiono ancora molto fumosi ma di evocativa fascinazione, fra melanconia e inquietudine.

Transference, dal canto suo, è invece un titolo in realtà virtuale molto ambizioso sviluppato da un piccolo studio fondato e guidato nientemeno che da Elijah Wood (Il Signore degli Anelli), che con questo curioso progetto entra in scena nel mercato videoludico insieme a Ubisoft. Da quanto visto, Transference sfrutterà la tecnologia VR per raccontare un thriller psicologico girato in un mix interessante di live-action e CGI, ovviamente tutto in soggettiva, come poi richiede la tecnologia immersiva utilizzata. In questo caso l’attore diventa developer e chiama anche un suo caro amico, Macon Blair (Blue Ruin), a ricoprire un ruolo all’interno del gioco, questa volta in carne e ossa, in parte anche narratore della storia. Blair può quindi contribuire con la sua esperienza allo sviluppo di un racconto dalle note sofisticate, e in questo specifico caso c’è anche una sorta di contaminazione stilistica a catena, visto che le dritte date da Jeremy Saulnier a Blair per il suo I Don’t Feel at Home in This World Anymore (che trovate su Netflix) sono ora al servizio di Transference, diretto da Wood che era poi anche co-protagonista del film.

Artisti uniti

E arriviamo a Beyond Good & Evil II, ma non per parlare dello strabiliante taglio cinematografico del nuovo trailer mostrato in questi giorni, perché qui il protagonista è uno solo: Joseph Gordon Levitt. Bene, in realtà non proprio lui, ma la sua Hit Record, community online che svolge anche il compito di producer, promuovendo progetti artistici di ogni tipo e fornendo aiuti finanziari diretti, tutto grazie al contributo dei suoi iscritti, artisti o fruitori che siano. La pazzesca e sinceramente innovativa idea dei game designer di Beyond Good & Evil II è stata quella di mettere in piedi una partnership tra Hit Record e Ubisoft, così da permettere a ogni artista che lo desideri di creare musica o immagini da inserire poi all’interno del mondo di gioco, in apposite “bacheche“. Parliamo di possibilità infinite che possono effettivamente promuovere come mai fatto prima le opere di tanti artisti che da tempo aspettavano una vetrina importante dove apparire. Questo grazie all’intuito di Levitt, che ha prestato le sue risorse al mondo del videogioco, evidentemente non in termini attoriali ma di sana ed entusiastica partecipazione artistica.
Il futuro dei due media appare insomma sempre più interconnesso, in un processo di compenetrazione ormai inarrestabile. Questo, finora, è avvenuto soprattutto nell’utilizzo delle tecniche cinematografiche in campo videoludico, con piani sequenza continui nell’ultimo God of War di Corey Barlog o nel nuovo The Last of Us II di Neil Druckman, che già da ora appare come un titolo ancora più impressionante – dal punto di vista narrativo – del suo già illustre predecessore. Negli ultimi giorni l’E3 2018 ci ha dunque mostrato come il divario fisiologico tra questi due mondi stia venendo sempre più colmato dal talento e dalle risorse dei rispettivi esponenti, decisi a stringere definitivamente la forbice artistico-creativa tra i media.

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