Counterpart: recensione della prima stagione

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Natale Ciappina Traumatizzato dallo studio di Kierkegaard, è solito nascondere il suo nome fra miriadi di pseudonimi, sommerso com’è fra le sue infinite liste di cose da fare, vedere, ascoltare, leggere e magari anche giocare.

Prima di intavolare un quasi discorso riguardo Counterpart, la nuova serie griffata Starz, vanno messi in guardia i possibili nuovi spettatori: è una serie TV difficile, a volte lenta, ma che riesce a premiare chi decide di impegnarsi nella sua visione. Un prodotto di nicchia forse, ma che ha il merito, insieme a Westworld e pochi altri prodotti seriali, di esplorare la fantascienza a modo proprio, affrontando tematiche attuali e solo in potenza di matrice distopica, come invece avviene ad esempio in The Handmaid’s Tale, dove il mondo è già andato a rotoli per colpe di cui la nostra società, quella reale, è responsabile. Al contrario, in Counterpart tutto pare così vicino ma altrettanto lontano, con temi come il doppio, il terrorismo e la finzione. Insomma, la nuova serie TV di Starz chiede tanto in cambio, ma poi è pronta a offrire tematiche inedite al panorama contemporaneo. E vale davvero la pena impegnarsi così tanto per una serie TV, anche se non è tutto oro quel che brilla.

Poca azione e molta fantascienza

Uno dei principali difetti imputati a Counterpart da gran parte della comunity online è quello di essere una serie TV lenta, con pochi colpi di scena e ben distante dai più adrenalinici thriller a sfondo spionistico come The Americans o Homeland. Un’obiezione fondata, ma comunque messa in conto da certe caratteristiche che Counterpart ha esplicitato sin dalla sua premiere, da subito caratterizzata da lunghi e intricati discorsi, colori spenti e una certa fumosità a rallentare il ritmo generale, per una specie di selezione naturale del proprio pubblico. Inoltre, con l’incedere dei dieci episodi di cui si compone questa prima stagione, sono venuti a galla caratteristiche meno congenite e difficilmente digeribili, come ad esempio interpretazioni non troppo convincenti (quella di Harry Lloyd su tutte), certe lungaggini unicamente di contorno e, in generale, un ritmo forse fin troppo cadenzato – dei difetti che, per alcuni, potrebbero renderne insostenibile la visione. Il punto è che tutti questi elementi, sia quelli più riusciti che quelli meno azzeccati, vanno poi a comporre un quadro generale entusiasmante per la stratificazione di tematiche rese a schermo, e che solo di rado assumono i contorni della didascalia, del metaforone piazzato giusto per elevarne il livello complessivo. Counterpart si muove con calma, per inserire all’interno del proprio processo narrativo elementi potenti e inediti, come ad esempio la questione dell’identità. Emblematici, a tal proposito, i due Howard interpretati da J.K. Simmons: diversissimi all’inizio, a dispetto della loro apparente unicità, ma che poi vanno a mischiarsi fra loro, palesando come in realtà l’ambiente di cui ci circondiamo sia parte fondante e imprescindibile della nostra personalità. Ci si apre così al tema delle Sliding doors, danzando poi continuamente fra le scienze cognitive e le distopie che più inquietano l’immaginario collettivo.

Berlino fra ieri, oggi e domani

In quella che è una guerra di intelligence fra due potenze speculari eppure così diverse, i richiami storici non possono che essere quelli della Guerra Fredda, resi ancora più evocativi dall’ambientazione: una Berlino moderna ma che strizza l’occhio a quella precedente alla caduta del muro nel 1989, e in cui ancora più forte era la divisione fra Occidente e Oriente, fra ricchi e poveri e fra sognatori e militanti; come lo è, del resto, anche in Counterpart, dove i popoli delle due rispettivi dimensioni sono divisi non solo dalla linea di demarcazione fra i due mondi, ma anche fra conflitti che scadono addirittura nel terrorismo. In quest’ultimo frangente, poi, la serie rende perfettamente il mood di paura e imprevedibilità che ha caratterizzato la maggior parte degli attentati terroristi a matrice islamica cui abbiamo assistito, nella nostra quotidianità, negli ultimi anni. Lo è quando indugia sulla formazione di pedine-umane, il cui obiettivo è unicamente la distruzione dell’altro, ma lo è anche quando sottolinea l’effettiva e immutabile disuguaglianza che c’è in partenza fra un popolo e l’altro. Come pare chiaro, in Counterpart c’è tanto potenziale, non sempre espresso, e forse proprio per questo gli autori hanno deciso di effettuare una sorta di parziale reset in concomitanza col finale di stagione, eliminando alcuni dei personaggi che fino a qualche minuto prima avevano avuto un ruolo da protagonista: magari ritorneranno nelle vesti del loro doppio, ma è senza dubbio encomiabile la volontà di ricostruire, focalizzandosi sugli aspetti più forti della serie.

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