Dr. Knock, la recensione della commedia con Omar Sy

Knock, simpatico imbroglione di colore, è fuggito da una banda di criminali con cui era in debito per imbarcarsi su una nave su cui si spaccia per dottore. Tempo dopo l’uomo, ormai ritenuto medico a tutti gli effetti, si trasferisce nel piccolo villaggio di Saint-Maurice, nelle Alpi svizzere, per sostituire un collega da poco ritiratosi. Knock scopre che gli abitanti godono di una perfetta salute e per tentare di ottenere maggiori profitti promette visite gratuite per tutti durante le quali farà però credere ai pazienti di soffrire di malattie inesistenti. Un vero e proprio business, gestito in collaborazione col farmacista, che rende la sua attività sempre più florida, ma che ben presto deve far fronte a invidie e gelosie. In primis il prete locale, irritato dalla cieca fede dei suoi compaesani in quest’uomo spuntato dal nulla (e che ha provocato anche un netto calo delle visite in canonica), e in seguito delle figure dal lontano passato rischieranno di svelare l’inganno, mettendo il Dr. Knock davanti a un bivio.

Dottore per caso

Il secondo adattamento cinematografico del testo teatrale di Jules Romain, già portato sul grande schermo oltre sessant’anni fa nel film Knock, ovvero il trionfo della medicina (1950), vede per protagonista l’attore dal volto d’ebano Omar Sy, scelta che da sola poteva variare ulteriormente le carte del racconto: l’uomo di colore in una cittadina esclusivamente di visi pallidi in quel degli anni ’50 poteva garantire interessanti spunti sul discorso dell’integrazione e delle derive razziste, ma la sceneggiatura sceglie volutamente di evitare queste scomode insidie preferendo dare alla luce una commedia brillante di stampo classico. E il maggior difetto di Dr. Knock è proprio una palese mancanza di coraggio, con una messa in scena a prova di grande pubblico che coniuga risate e buoni sentimenti in maniera sì piacevole ma al contempo innocua, priva di sussulti di sorta (lo stesso contrastato rapporto tra il medico e il prete si risolve in un breve battibecco nei minuti finali). Il buon numero di personaggi secondari, dal simpatico postino alcolizzato alla ninfomane respinta dal Nostro, per giungere ovviamente all’immancabile e platonica love-story, offre una discreta varietà di gag e situazioni e i sorrisi di certo non mancano nelle (eccessive) due ore di visione, ma ogni risvolto è ampiamente prevedibile e lo stesso messaggio finale, in cui anche un imbroglio può essere perdonato se fatto a fin di bene, è intriso di ambiguità pur in un contesto da commedia truffaldina.

Source link