Furia Animale, la recensione: The Rock contro tutti

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Se siete cresciuti negli anni ’80, probabilmente vi ricorderete senza troppa fatica il cabinato di Rampage, titolo bidimensionale che vi permetteva di comandare un gorilla gigante, una lucertola titanica o un lupo mannaro al fine di distruggere le principali città del Nord America. Come vi abbiamo ricordato nel nostro speciale, dalla prima apparizione del 1986 la serie si è evoluta approdando con fare cartoonesco anche sulle console casalinghe come PlayStation 1 e 2, Nintendo 64 e GameCube, soltanto oggi però – nel 2018 – la Warner Bros. ha avuto la bella idea di produrre un adattamento cinematografico, riprendendo per sommi capi la trama originale del gioco classico. Sommi capi poiché distruggere città e fare centinaia di vittime non è propriamente un bel messaggio da diffondere, gli sceneggiatori di Rampage – Furia Animale hanno così cambiato punto di vista e virato verso una prospettiva animalista, pur confermando i tre mostri originali della saga. Perché sempre di mostri parliamo, di bestie modificate geneticamente, potenziate grazie a un mix micidiale di vari DNA che aumenta la massa corporea, dona forza e capacità straordinarie, oltre alla possibilità di rigenerare ferite – anche gravi.

Un gorilla di nome George

Come tradizione vuole, a gettare nel caos gli Stati Uniti e in particolare la città di Chicago è un’oscura società del settore genetico, che per errore altera il genoma di tre animali, un lupo, un alligatore e un gorilla albino estremamente raro di nome George. Si può dare il nome a un gorilla? Assolutamente si, se questo è allevato e curato presso il California Wildside Sanctuary, un’oasi naturale nelle mani del muscoloso Davis Okoye (Dwayne Johnson, in un suo nuovo One Man Show), esperto di primati che nasconde un oscuro passato da militare, nel quale ha dato la caccia a feroci bracconieri senza scrupoli. Il buon Davis conosce tutto dei suoi pelosi amici, è riuscito persino a insegnare loro il linguaggio dei segni, grazie al quale riesce a dialogare esattamente come con gli esseri umani. Proprio grazie a questo George, che ha le movenze dell’attore Jason Liles, ha tratti umani che ci permettono di empatizzare con lui e supportarlo durante tutto il film, anche nelle fasi più complicate e difficili della storia. Storia che effettivamente non inizia in modo troppo disteso, al contrario un buon prologo ambientato nello spazio (derivativo e citazionista all’estremo) mette le basi per gli eventi successivi, che come sappiamo dipendono dall’evoluzione e dalla mutazione a tempo di record dei tre animali.

Tutto secondo i piani

Diciamolo subito: Rampage – Furia Animale riserva ben poche sorprese, ben pochi sussulti. La struttura della narrazione è quanto di più classico si possa incontrare, con situazioni scontate e battute prevedibili che possono uscire dalla vostra bocca ancor prima che dagli attori. Tutto va come la tradizione hollywoodiana vuole che vada, con il film relegato nel complesso e variegato mondo dei b-movie. La componente action è sicuramente forte e presente, con alcune sezioni ben costruite, ma è fondamentale staccare il cervello per quasi due ore e credere ciecamente a tutto ciò che accade su schermo – perché nulla risulta davvero credibile o verosimile. Come previsto, tutto ruota attorno alla carismatica figura di The Rock, nei panni di uno scienziato esperto ma anche soldato indistruttibile, capace di pilotare elicotteri e sopravvivere a disastri aerei, quasi di rigenerarsi come fosse modificato geneticamente – anche se la tecnologia CRISPR non lo ha neppure sfiorato di striscio. Nel personaggio di Okoye vi è racchiusa un’intera epoca, quella dorata dei superuomini degli anni ’80, qui portata ancor di più all’estremo con l’aggiunta di quell’ironia spicciola che da sempre caratterizza il lavoro d’attore di Johnson. La sua figura, senza timore d’iperbole, regge l’intero film, senza cui sarebbe apparso ancora più insipido e anonimo. Inutile dire che la sua presenza mette in ombra anche i colleghi comprimari, vale a dire una Naomie Harris che non brilla particolarmente, un Jeffrey Dean Morgan totalmente sprecato nei panni di un finto villain dalle sfumature da vecchio cowboy del sud e un Joe Manganiello al limite del “non pervenuto”.

Uno contro tutti

Chi ama l’essenza di The Rock su grande schermo, in Rampage – Furia Animale avrà di che divertirsi, con l’attore che crea situazioni estreme e ne esce sempre indenne, con in più l’abilità di parlare a gesti con un gorilla titanico, sboccato e scorretto per giunta, il che rende ancora più trash un’operazione fatta unicamente per divertire, non certo per far ragionare. Parliamo infatti di un prodotto votato unicamente all’azione più classica, telefonata, ideale per passare due ore con gli amici e sgranocchiare rumorosamente popcorn il sabato pomeriggio, anche la prospettiva dell’home video però non è male, soluzione estrema per evitare malumori in seguito a un esborso di denaro forse evitabile. Escluso Dwayne Johnson infatti, fatichiamo a trovare altri motivi validi per correre in sala alla prima occasione buona, nonostante la presenza di tre mostri titanici.

Ci saremmo aspettati un impianto VFX più marcato, soprattuto nelle scene più concitate. La bestia che rende meno è sicuramente il lupo mutato, ripreso o come un’ombra o da molto lontano. Una volta in città, risulta estremamente “liquido” e scattante, pronto a schizzare in ogni dove, dunque alquanto irrealistico. George è caratterizzato molto meglio, con un motion capture di qualità nelle scene statiche e ravvicinate, con una perdita di qualità solo nei momenti d’azione più pura. Molto dettagliato il gigantesco alligatore con zanne di elefante e innumerevoli elementi presi da altri animali selvaggi, lento ma letale, più cresciuto dei “colleghi” e con un potenziale distruttivo enorme. Si palesa sullo schermo solo nelle battute finali, con il comparto VFX che ha così potuto concentrare le forze su un minutaggio più ristretto. In generale troviamo una resa visiva sufficiente ma non memorabile.

Animalismo di facciata

Come abbiamo detto sopra, gli sceneggiatori sono riusciti a dare all’intero progetto una nota animalista, dipingendo George come un essere umano un po’ più peloso dal solito. Salvato dalla violenza cieca dei bracconieri proprio dal protagonista Davis, è stato allevato in cattività come una persona ed è capace di ridere, scherzare e prendere in giro chiunque grazie al linguaggio dei segni. L’amore fraterno e l’amicizia che traspare fra lui e lo studioso, capace di dare buca alle donne pur di stare con i suoi amici pelosi, è totalmente simbolica e ci fa capire come tutti gli esseri viventi abbiano dei sentimenti. O meglio, quasi tutti: parliamo infatti di un animalismo ipocrita, di facciata, che tende a proteggere a ogni costo l’animale domestico di turno e allo stesso tempo a distruggere le bestie più selvagge quando queste rappresentano una minaccia. Un animalismo prettamente hollywoodiano, per nulla approfondito ma utilizzato come espediente, pronto a passare in secondo piano di fronte all’azione.

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