Gli ultimi giorni nel deserto, la recensione del film con Ewan McGregor

Gli ultimi giorni nel deserto, quaranta per l’esattezza, vissuti da Gesù alla ricerca di risposte interiori sulla propria missione. Un vagabondaggio inizialmente solitario cui presto si accompagna la figura di Satana, a sua immagine e somiglianza, che cerca di destabilizzarne le momentanee certezze e che dà il via a un’accesa seppur corretta sfida quando il figlio di Dio si imbatte in una famiglia che vive in quell’area spoglia e priva di vita. La madre è gravemente malata e il padre, di molti anni più vecchio, sogna per il figlio un futuro che ne segua le orme, quando in realtà il ragazzo ha ben altre aspettative e aspira a raggiungere Gerusalemme per compiere il suo destino. Gesù deciderà di rimanere con loro per diverse albe cercando di sbrogliare la complessa matassa degli affetti che li lega, trovandosi ad affrontare nuovi enigmi e a scoprire di più su se stesso.

Sentieri selvaggi

Come in Simon del deserto (1964) il protagonista si trova a parlare con il diavolo stesso ma in una versione più mansueta e incredibilmente umana, reale specchio delle inquietudini e dei dubbi di un Gesù raramente così terreno e imperfetto, nelle accezioni più positive del termine. Non è un caso che le prime parole pronunciate in un prologo scarsissimo di dialoghi siano proprio “Padre, dove sei?“, a rappresentare quel senso di insicurezza destinata progressivamente a svanire col drammatico procedere degli eventi, iniziante con l’entrata del Nostro nella quotidianità di una famiglia allo sfascio, arsa da rancori e rimpianti e prossima a un’inevitabile quanto catartica resa dei conti. Gli ultimi giorni nel deserto opta per una via pasoliniana nel descrivere l’ottica dei sentimenti in una messa in scena minimale, colma di fascino grazie a splendidi paesaggi desertici (le riprese sono state effettuate in una zona del Colorado) elevati da una fotografia guardante al cinema western di John Ford, con gli uomini apparenti quali minuscoli essere di fronte alla vastità della sconfinata natura selvaggia.

Uomini e Dei

Il regista Rodrigo García, figlio dello scrittore premio Nobel Gabriel García Márquez, è anche autore delle sceneggiatura e incrocia la giusta chiave di lettura per raccontare il percorso emotivo tramite uno sguardo crepuscolare e affranto, erratico viaggio on the road cercante un’inafferrabile quiete ricco di intelligenti soluzioni stilistiche e narrative. Dagli incubi di cui è vittima Joshua, in cui è sul punto di annegare o in fuga da un branco di lupi, fino a eventi singoli collegati a un quadro più ampio, il film sguazza in un metaforismo raffinato e sensato dove il rapporto specchiato con il diavolo stesso, figura saggia e portatrice di domande, apre le porte a non banali spunti di riflessione coinvolgenti lo spettatore. La tentazione della carne, i dubbi sulle corrette scelte da compiere, i numerosi enigmi posti dal personaggio più giovane (interpretato dal Tye Sheridan di Tredici) che si ergono a sintesi perfetta dei cento minuti di visione (solo parzialmente penalizzata da una seconda parte più lenta e meno incisiva), e pesano dolcemente sulle spalle di un doppio Ewan McGregor, magistrale nell’infondere similari sfumature a questa dicotomia tra Bene e Male qui virata sulla battaglia tra fede e ragione.

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