Hap and Leonard: recensione della terza stagione

Hap And Leonard fa parte della cerchia ristretta di quei prodotti difficili da spiegare a parole senza scadere nell’apparente banalità di quelle che da fuori potrebbero sembrare semplici avventure di due amici per la pelle in una piccola cittadina del Texas alla fine degli anni ‘80. Ciò non renderebbe minimamente giustizia a una serie che, partendo da totale underdog, è riuscita a stupire chiunque e a proporre una qualità formidabile. L’arcano mistero viene svelato dal titolo stesso: Hap Collins (un James Purefoy curiosamente più rozzo ma in stato di grazia) e Leonard Pine (il navigato Michael Kenneth Williams) rappresentano il paradigma della coppia che buca lo schermo e rende impagabile anche una gita di pesca, che in sostanza è metà intreccio della prima stagione. D’altronde non è il versante narrativo nudo e crudo il suo punto di forza, pur restando su livelli dignitosi arricchiti datematiche affascinanti e impegnative: il vero fulcro della serie è il suo mood assurdo e al contempo ancorato al reale, oltre naturalmente ai suoi protagonisti tanto bizzarri quanto genuini nelle loro reazioni e sentimenti. E in The Two-Bear Mambo sono furibondi.

Un buongiorno non proprio roseo

Narrata per la quasi totalità come un lungo flashback, questa terza annata vede gli inseparabili Hap e Leonard alla ricerca dell’avvocatessa Florida Grange (Tiffany Mack), già conosciuta in Mucho Mojo, data per dispersa mentre seguiva un caso nella problematica cittadina di Grovetown, notoriamente infestata dal Ku Klux Klan. Tutto ruota intorno a questa indagine formando un canovaccio molto essenziale, forse anche troppo, in particolar modo se lo si contrappone alla complessità e alla stratificazione della seconda stagione. Fin dall’inizio in effetti qualcosa non convince: l’incipit si rivela estremamente eccentrico e forzato, poiché la notizia della sparizione di Florida e l’incarico di trovarla vengono affidati dal detective Hanson (Cranston Johnson) a due persone qualunque.

Ci sono diverse attenuanti, vero – Hanson conosce i due, è conscio dei sentimenti che Hap prova nei confronti dell’avvocatessa, è un problema da risolvere per vie ufficiose – ma non riescono a cancellare quella sensazione di costrizione, un retrogusto amarognolo che accompagna lo spettatore durante il pilot, che per il resto è un continuo susseguirsi di scenette esilaranti. Nel preciso istante in cui viene messo piede a Grovetown, però, l’amaro svanisce, la vena comicamente arguta si fa da parte tornando nella sua dimensione secondaria e la girandola di caos e pazzia riparte con una convinzione incrollabile.

Sangue, pallottole e rane

Il razzismo regola ogni attività e ogni rapporto nella cittadina, e Truman Brown (Pat Healy) ne è il padre padrone, incontrastato e incontrastabile. Ed è proprio lui la vera grande sorpresa. Hap and Leonard non ha mai difettato di personalità negative o quantomeno dalla moralità grigia, ma nulla che si possa anche solo lontanamente avvicinare alla gelida e lucida crudeltà del capo del Klan, il perno su cui ruota tutta la stagione e che inscena confronti e dialoghi da pelle d’oca, magistrali nell’allestimento e nella sceneggiatura. Truman è l’emblema del villain, portatore di un’ideologia precisa e mostruosa da perseguire con ogni mezzo e a cui essere devoti fino alla morte. Riesce a infondere un’atmosfera a dir poco drammatica: la consapevolezza di avere un intero ambiente contro di te, in attesa soltanto del momento perfetto per afferrarti e renderti impotente dinanzi a loro, acuito da uno spiccato simbolismo che ricorda la figura del demonio sempre pronto dietro le quinte a far crollare quel barlume di sanità mentale che ancora lotta. Questo è The Two-Bear Mambo. Ed è pura magia, artigianalmente fabbricata fino allo stato dell’arte.

Un valido sistema di flashback

Il problema della esasperata essenzialità rimane un fastidioso assillo costante, che viene soppresso non solo dal misticismo, dall’ambientazione avversa e nociva e dalla presenza di un villain carismatico, ma anche da un’altra piccola perla: come detto, la vicenda è un immenso flashback, avvicendato però da brevi sequenze ambientate nel presente, ovvero immediatamente post-Grovetown. Poter vedere fin dall’inizio gli effetti traumatici degli eventi che lo spettatore andrà a vivere è un’intuizione azzardata e in potenza azzeratrice della bontà descritta finora, una scommessa per fortuna vinta che contribuisce smisuratamente alla costruzione dell’aria malsana che si respira, oltre a rappresentare il luogo privilegiato di crescita e presa di coscienza da parte di Hap e Leonard. Il versante che ancora una volta non riesce a brillare quanto il resto è quello squisitamente narrativo, con una povertà intrinseca e un episodio 4 ai limiti dello scandaloso, un flashback nel flashback che non aggiunge nulla, ripercorre dati ed eventi già scoperti in precedenza con giusto un minuscolo passo in avanti nei due minuti conclusivi. Non è un modo virtuoso di gestire una puntata da quaranta minuti, anzi, corre il rischio di umiliare e banalizzare i colossali sforzi operati su ogni altro aspetto per rendere anche quest anno Hap and Leonard uno dei prodotti più levigati e sopraffini del panorama televisivo. Non ci riesce, ma ci va pericolosamente vicino.

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