Hoot, la recensione del film con Brie Larson e Logan Lerman

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L’adolescente Roy si trasferisce con i genitori dal Montana in quel della Florida, trovandosi di fronte a quello che per lui è totalmente un nuovo mondo. Vittima di atti bullismo da parte del compagno Dana, al quale reagisce però con forza attirandosi le ulteriori ire di questi, nota tutte le mattine dal bus un coetaneo che corre a perdifiato verso una meta ignota e, dopo vari avvistamenti, spinto dalla curiosità decide di seguirlo. In Hoot Roy fa conoscenza del ragazzo misterioso, conosciuto con il soprannome di Mullet Fingers e fratellastro di un’altra studentessa della sua scuola, la bella e combattiva Beatrice. Scappato da un collegio militare, Mullet vive nascosto in una barca in secca e organizza “raid” notturni contro la sede di una catena commerciale che ha intenzione di ampliarsi proprio nei pressi di un habitat naturale dove vivono diverse famiglie di civette delle tane.

Mancanza di coerenza

Atipica commistione fra coming-of-age, commedia per famiglie e veicolo per messaggi ecologisti, Hoot cerca di giocare le sue carte tramite una messa in scena fresca e spigliata che corre veloce senza momenti di stanca ma altresì priva di reali sussulti. Primo e ultimo lavoro per il grande schermo, a oggi, del regista televisivo Wil Shriner, il film coniuga buoni sentimenti a una comicità elementare giocata su gag semplici ma efficaci che tratteggiano superficialmente il ritratto di un adolescente catapultato da un giorno all’altro in una nuova realtà, affiancandogli la lotta idealistica di un coetaneo difficile e pronto a tutto pur di mettere a frutto la propria lotta ambientalista: in entrambe le sue anime l’operazione non brilla per omogeneità di scrittura, affidandosi a forzature poco credibili che penalizzano l’equilibrio del racconto. Il grande critico Roger Ebert ne scrisse “Il cuore è al posto giusto ma viene difficile trovarne il cervello“, una sintesi perfetta che mette crudamente a nudo i limiti di un’operazione dal punto di vista narrativo spoglia, in cui le linee guida della trama si muovono attraverso una serie di situazioni riuscite solo a tratti, tra scambi di identità e richiami “alti” (il tentativo di fermare un bulldozer ricalca sfacciatamente quello del giovane che si oppose al carro armato durante la protesta di piazza Tienanmen). Gli attori svolgono il loro compitino con interpretazioni senza infamia e senza lode, con Luke Wilson nei panni di un agente “zimbello” con la testa fra le nuvole e due giovani Logan Lerman e Brie Larson a formare con il Cody Linley di Hanna Montana il trio di protagonisti adolescenti.

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