Il bacio della pantera, la recensione del film di Paul Schrader

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La giovane Irena Gallier viaggia dal Canada in quel di New Orleans per ritrovare Paul, il fratello mai conosciuto: i due infatti sono stati separati da piccoli in seguito alla morte dei genitori. Il ragazzo sembra covare delle attenzioni morbose verso la sorella, ma scompare misteriosamente proprio la notte del suo arrivo, sparizione coincidente con la cattura da parte dello zoologo Oliver Yates di una feroce pantera che ha aggredito una prostituta in una camera d’albergo. Ne Il bacio della pantera, il giorno dopo Irena fa visita allo zoo locale dove si ferma fino a tarda notte per ritrarre proprio il suddetto nero felino, ora recluso tra le sbarre di una gabbia, e si imbatte in Oliver con cui scatta un ricambiato amore a prima vista. L’uomo le offre un lavoro nel negozio di souvenir dell’attrazione, ignaro che la neo-assunta sia vittima come il consanguineo di una maledizione che trasforma i prescelti in predatori a quattro zampe nell’istante in cui si abbandonano agli istinti sessuali.

Cat people

Libero remake dell’omonimo classico firmato nel 1942 da Jacques Tourneur, Il bacio della pantera vede Paul Schrader, allora reduce dal successo di pubblico di American Gigolò (1980), alle prese con un moderno aggiornamento in cui a dominare la messa in scena è la connotazione erotica del racconto, qui declinato in una fase ossessiva in cui l’amore e il sesso danzano su un filo sottile di piacere e morte. Proprio nelle sue suggestioni morbose e inquiete il film (disponibile su Netflix) trova una forza primigenia, capace di nascondere i vezzi di una narrazione non sempre equilibrata, concentrandosi sul disperato menage a trois avente involontariamente luogo tra i principali personaggi in uno schema dove sovrannaturale e reale convivono in un limbo fantastico aderente sempre e comunque a una precisa verosimiglianza di fondo. Il regista riesce a infondere, anche grazie a un calibrato uso di luci e ombre, un’atmosfera torbida e straniante, ricca di una suspense raffinata trovante adeguata esplosione in diverse scene madri: dalla visione notturna di Irena, da moderna e discinta Eva a emblema del peccato originale (con tanto di serpente tentatore), al pedinamento di una potenziale rivale nella piscina pubblica, le due ore di visione offrono passaggi di gran fascino visivo e tensivo, con una violenza di genere facente più volte capolino ed efficaci effetti di make-up nelle sequenze delle trasformazioni. Una messa in scena torbida e vibrante che specchia nella seducente colonna sonora firmata da Giorgio Moroder (e nell’altrettanto incisiva main theme cantata da David Bowie) il perfetto accompagnamento, così come nella bellezza di Nastassja Kinski, generosa e sensuale nel suo mostrarsi senza veli, il mezzo ideale per imporre la pulsante estetica scabrosa quale muro portante dell’intero insieme: non è un caso che il passeggero del tram che la osserva rapito nelle fasi iniziale sia, in un sottile gioco metacinematografico, rappresentativo dello sguardo voyeuristico del pubblico.

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