Il Regno Distrutto, la recensione del nuovo film con Chris Pratt

C’è una frase in Jurassic World: Il Regno Distrutto che da sola sembra dare la misura stessa dell’intero franchise, iniziato ormai 25 anni fa da Steven Spielberg, nel 1993. Niente di eccezionale, a dirla tutta, ma sinceramente emblematico, soprattutto in riferimento allo sviluppo della serie. In un luogo che non vi riveleremo, dopo eventi sui quali glisseremo con eleganza, Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) dice infatti con occhi meravigliati a Owen Grady (Chris Pratt): “Ricordi la prima volta che hai visto un dinosauro vivo? Sembrava quasi un miracolo“. Tutto qui. Quattro parole per spiegare ogni cosa: “Sembrava quasi un miracolo“. Vedere Alan Grant e Ellie Sutter sbarcare su Isla Nublar, salire su una jeep, giungere su di una pianura e ammirare un brontosauro vivo e vegeto brucare e passeggiare davanti ai loro occhi; assistere alla fame e alla potenza di un T-Rex a piede libero, alle strategia di caccia dei velociraptor; ammirare la lotta per la sopravvivenza di personaggi ormai entrati di diritto nella storia del cinema. Ecco: questo era un vero miracolo per noi spettatori, che sgranavamo meravigliati gli occhi davanti a quelle creature che si aggiravano tra gli umani, come se la loro estinzione non fosse mai avvenuta. Come se fosse normale.
È proprio vero: la prima volta non si scorda mai, anche per chi è rimasto fedele fino alla fine agli alti e bassi del franchise, apprezzandolo anche nei difetti, nelle due avventure all’Isla Sorna, ad esempio. Nel 2015 è poi arrivato il reboot con Jurassic World, che riportando nella pratica tutto al punto zero con l’introduzione di incredibili tecnologie genetiche ha visto l’apertura e al contempo la chiusura del parco sognato da John Hammond ventidue anni prima, con nuovi protagonisti, grande ritmo e una regia di Colin Trevorrow estremamente soppesata. Oggi tocca finalmente al secondo capitolo del nuovo corso, che sotto la guida di Juan Antonio Bayona si dimostra un titolo dalla forma senza dubbio grandiosa, anche più del predecessore, ma un po’ povero e incerto nella sostanza.

Estinzione o salvezza?

Ve lo diciamo subito: no, Il Regno Distrutto non è il miglior film della serie dopo Jurassic Park e no, non è meglio di Jurassic World. Non fa nulla per elevarsi al di sopra del predecessore in termini di idee e in fondo arriva dopo anni a una conclusione del tutto naturale per il franchise, che si traduce anche in scontata e già evitata dopo Il Mondo Perduto e Jurassic Park III. Il nome stesso ne è addirittura un’anticipazione, ma è del tutto comprensibile: non si può reiterare all’infinito la stessa formula, anche se questa sembra non subire il passare del tempo e agire sempre con lo steso fascino sul grande pubblico. C’è bisogno di andare avanti senza ricorrere all’ennesima scappatoia, ed è forse proprio per questo che sin dai primi accenni di promozione leggevamo un po’ tutti delle somiglianze anche preoccupanti con il secondo film del franchise, fortunatamente sbagliate (almeno le peggiori). L’idea imbastita a quattro mani da Colin Trevorrow e Derek Connoly non è comunque delle più originali. A due anni di distanza dal disastro che ha visto l’abbandono del parco, infatti, l’Isla Nublar sta per essere spazzata via dal gigantesco vulcano risvegliatosi dopo secoli di inattività, portando conseguentemente alla sicura re-estinzione dei dinosauri superstiti. Il mondo è diviso in due: da una parte i sostenitori della vita a tutti i costi, dall’altra chi sostiene che sia giusto che la natura compia nuovamente il suo corso. Tra questi ultimi c’è anche il Dottor Ian Malcolm, nei cui panni torna Jeff Goldblum in quello che si rivela (purtroppo) essere un mero cameo, davvero molto breve anche se importante. Con lui si torna anche a parlare di Teoria del Caos, legante narrativo della serie, anche se qui l’accento viene posto sul cambiamento, che Malcolm definisce proprio come “morte”. Nelle fila degli attivisti pronti a salvare i Dinosauri dall’estinzione troviamo invece Claire, che tenta disperatamente di trovare fondi e appoggi governativi per la messa in sicurezza degli animali sull’Isla Nublar.

Il governo decide però di lasciare che i dinosauri muoiano, ma la Dearing riceve una telefonata dalla segretaria di tale Benjamin Lockwood, magnate e co-scopritore insieme ad Hammond del metodo di estrazione del DNA dall’ambra. Questo vuole portare i dinosauri su di un isola pensata per la loro sopravvivenza, senza barriere o parchi, e affida al suo pupillo, Eli Mills, il compito di organizzare una spedizione verso l’Isla Nublar, alla quale parteciperanno con un ruolo ben specifico anche Claire e Owen.

Disaster horror

Come detto, anche se non come si pensava, il Regno Distrutto ha delle indubbie somiglianze con Il Mondo Perduto, a partire dalla struttura in tre grandi atti: città, Isla, ritorno sulla terraferma. A cambiare, però, sono sia la narrazione alla base di ogni atto che le intenzioni, e sono proprio queste ultime in relazione al piano dei cattivi a suscitare i più grandi dubbi. Sì perché, insieme a un villain molto anni ’90, intenzionato a monte solo a fare più soldi, ci sono anche diversi punti sulla questione “evacuazione” che non tornano, guardando anche al bel prologo che ci viene propinato e in generale a tutto il progetto genetico legato alla clonazione dei dinosauri. Su tutte [ATTENZIONE SPOILER]: se il malefico piano è quello di vendere dinosauri all’asta, qual è la necessità di trarre in salvo un esemplare di ogni specie presente sull’Isla Nublar? Data inoltre per assodata la disponibilità economica miliardaria e la facilità nel reperire soltanto un grammo di DNA da ogni esemplare? [FINE SPOILER]. Andando oltre queste, però, la suddivisione in tre atti ben distinti funziona egregiamente, dato che ognuno di essi ha toni e momenti del tutto differenti. Così, se nell’Isola si assiste a un vero e proprio disaster movie con almeno due sequenze impressionanti, gestite splendidamente nei tempi e nelle inquadrature da Bayona, nel terzo e ultimo atto tutto verte invece su tempi e toni da thriller con forti sferzate horror, che sono poi la punta di diamante e unica, grande novità del film, che lavora come già specificato su idee e situazioni che sanno nella stragrande maggioranza dei casi di già visto. È così che il regista gioca con il genere citando i classici dell’horror come Nosferatu, sostituendo il vampiro con l’Indoraptor, mostro 2.0 nato dalla moderna ricerca genetica e onestamente spaventoso. Il fatto di muoversi poi in ambienti ristretti, quelli di una magione, non fanno altro che aumentare la tensione e diminuire gli spazio di manovra per i personaggi, così da donare ancora più enfasi alla parte orrorifica, amplificata inoltre dalla musiche di Michael Giacchino, che segue alla lettera le indicazioni tonali di Bayona. Si potrebbe quasi affermare che Il Regno Distrutto sia con ogni probabilità il film più autoriale del franchise dopo Jurassic Park, dove la mano del regista di The Impossible si avverte pesante e spesso raffinata, volta al virtuosismo stilistico utilizzato in diverse occasioni anche come sofisticato rattoppo a una sceneggiatura che non tende mai a brillare.

C’è insomma molta più forma che sostanza in questo secondo capitolo di Jurassic World, molta più ispirazione artistica rispetto al contenuto vero e proprio, che si dimostra invece fallace e con diverse svolte narrative che lasciano sinceramente il tempo che trovano, una in particolare davvero poco approfondita. Jurassic World: Il Regno Distrutto è un film che si regge quasi interamente sulla grande visione d’insieme di Juan Antonio Bayona, che non fa rimpiangere del tutto Jurassic World ma che non riesce come ogni suo predecessore a superare o anche solo eguagliare il primo Jurassic Park, unico vero miracolo di una saga che è comunque riuscita a evitare l’estinzione. Perché il cinema, come la vita, trova sempre una strada.

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