Il tesoro dell’Amazzonia, la recensione del film con Dwayne

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Beck lavora come strozzino per il boss Billy Walker, navigato recuperatore di crediti. Il suo sogno è quello di aprire un ristorante ma per ottenere la somma necessaria deve impegnarsi in un’ultima missione: recarsi in Brasile nella foresta amazzonica per riportare in patria Travis, il figlio di Walker, che si trova da tempo in zona come avventuriero alla caccia di antichi reperti. Ne Il tesoro dell’Amazzonia Beck giunge così nel Paese sudamericano ma dopo aver rintracciato il ragazzo si scontra con Hatcher, il crudele capo delle operazioni minerarie locali che sfruttano l’inerme popolazione a costo zero. L’insolita coppia si troverà così in fuga nella giungla, tra accesi contrasti (Travis cerca in ogni modo di eludere la custodia del compagno) nel tentativo di far ritorno a casa senza imbattersi nelle truppe di guerriglieri di Hatcher, ma decide poi di sposare la causa dei ribelli pronti a tutto pur di metter fine alla tirannia dello spietato despota.

Welcome to the jungle

Un’avventura che pare uscita direttamente dagli anni ’80 quella firmata nel 2003 da Peter Berg, al suo secondo lavoro dietro la macchina da presa dopo la commedia nera già cult Cose molto cattive (1998). Con Il tesoro dell’Amazzonia (disponibile anche su Netflix) il regista newyorkese firma un moderno classico del filone capace di percorrere una strada già tracciata da opere precedenti con una freschezza disarmante, omaggiando sì i classici alla Indiana Jones ma trovando anche una via personale nell’ideale commistione tra sano spettacolo di genere e una frizzante ironia ben adatta alle platee contemporanee. Cento minuti di puro divertimento senza pensieri, esaltazione del buddy-movie all’ennesima potenza innescata dalla pimpante alchimia tra la coppia protagonista, con Dwayne Johnson e Seann William Scott elementi complementari: il primo, già Re Scorpione, mena le mani mostrando già quella carica autoironica che lo caratterizzerà successivamente, mentre il secondo è perfetta spalla comica con una faccia da schiaffi memore di tanti prototipi passati. Il villain di Cristopher Walken e la presenza femminile di Rosario Dawson completano al meglio le scelte di casting (con tanto di rapidissima comparsata di Arnold Schwarzenegger nei minuti iniziali) e infondono ulteriore personalità a una narrazione che, seppur appoggiata sulle canoniche linee guida, lieto fine incluso, offre una manciata di discreti colpi di scena e palesa un vibrante equilibrio tra le sue diverse anime, regalando un divertimento genuino e senza pensieri per tutti i cento minuti di visione. Tra gag esilaranti, la suggestiva ambientazione della foresta amazzonica che regala squarci paesaggistici di gran fascino e dinamiche action che avvincono per le avvincenti coreografie, a mani nude o armi in spalla, grazie anche alla straripante fisicità del massiccio protagonista, l’operazione intrattiene con gusto tra citazioni e omaggi amalgamati in un mix dal giusto quid ludico.

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