Jared Leto membro della Yakuza nel film Netflix

Con un modello distributivo e produttivo autonomo che punta ad accaparrarsi titoli che avrebbero certamente poca vita in sala, Netflix sta diventando senza dubbio una sorta di discount cinematografico di fascia media o medio-bassa, comprando a volte titoli alla cieca e producendo invece spesso progetti originali che spaziano nei generi ma si rivelano alla fine di dubbia qualità. Rifacendoci così a recenti titoli sbarcati sulla piattaforma streaming, il Mute di Duncan Jones o Bright di David Ayer sono due esempi abbastanza significativi di un modello che cerca in buona fede di aiutare registi abbastanza conosciuti a sviluppare idee che altrimenti non avrebbero potuto vedere la luce, puntando a una promozione sulla breve distanza, martellante, così da attirare visualizzazioni nel momento dell’uscita sul servizio, cosa che poi accade più o meno puntualmente. Un certo tipo di cinema che non mantiene pienamente le sue promesse e deraglia da sicuri binari qualitativi sia in quanto a tematiche che nella messa in scena, nonostante non siano poi i disastri magari raccontati all’estero. E il nuovo The Outsider con protagonista Jared Leto sembra non dover modificare poi a fondo questo schema, pur tracciando a suo modo una cifra stilistica decisamente fuori scala rispetto ai prodotti sopra citati.

Una fiaba sulla schiena

Ancora prima del suo arrivo su Netflix, il film si è attirato in linea generale diverse antipatie dal pubblico asiatico-americano a causa di una mancata rappresentanza della minoranza in questione. Il problema è che in sostanza un uomo bianco e americano come Jared Leto non sarebbe dovuto essere protagonista di un film che parla di yakuza e ambientato nell’Osaka del 1954, in pieno secondo dopoguerra. Protagonista che, stando alle polemiche, avrebbe potuto essere un asiatico-americano senza modificare la storia, specie poi per questioni relative al fatto che un gaijin, uno straniero, non è verosimile possa entrare in una famiglia mafiosa giapponese. Il racconto costruito da Andrew Baldwin tiene però decisamente conto di una serie di fattori molto importanti all’impostazione di una certa credibilità della storia di Nick Lowell, soldato americano prigioniero che scalerà le fila della yakuza in cerca del suo posto nel mondo. Abituati come siamo stati ormai per anni a vedere Leto nei panni di un punk-Joker o di un cieco Niander Wallace in Blade Runner 2049, ammirarlo in un ruolo privo di trucco e fisicamente pulito è già di per sé interessante, specie per la sua espressività particolarmente accigliata e un volto che senza una folta barba o un pesante make up appare molto pallido e scavato. Quello di Jared Leto è palesemente un corpo modellabile, come fosse plastilina, ma in The Outsider si muove nella sua forma più naturale, tra l’altro credibile in una parte degna di Ryan Gosling, molto silenziosa eppure a tratti aspramente fisica. Martin Zandleviet si muove poi per le strade di Osaka con la grazia artistica di Refn, alla disperata ricerca della bellezza assoluta anche nei bassifondi urbani, con un’utilizzo dei colori davvero rimarchevole, che non esclude quasi mai dal racconto visivo il verde, il rosso e il blu, in tonalità sia tenui che accese che accompagnano costantemente il viaggio di Lowell all’interno della famiglia criminale Shiromatsu. Proprio come Nicolai Lilin fece nel suo Educazione Siberiana, inoltre, Baldwin nel trasporre su schermo una storia di ascesa e rivalità ha scandagliato a fondo i costumi della yakuza, riproponendo all’interno di The Outsider anche diversi rituali o varie simbologie di questa radicata cultura criminale. Vediamo allora dispiegarsi davanti ai nostri occhi un codice d’onore molto ipocrita che si rifà ai canoni del bushido, il mantra del samurai, e che richiama anche il rapporto gerarchico padre-figlio, senza contare la particolarità degli enormi tatuaggi con i quali gli affiliati della yakuza ricoprono i loro corpi o il rituale dello yubitsume, il taglio cerimoniale di una falange per espiare i propri peccati.

Tutto questo è inserito e mostrato davvero molto bene all’intero della storia, che però dopo una prima parte indubbiamente folgorante, dove assistiamo all’entrata di Lowell nella famiglia degli Shiromatsu, purtroppo si perde in un’intessitura non del tutto riuscita, troppo sbrigativa e forse prevedibile, tenendo sempre conto degli aspetti culturali della mafia ma raffazzonando velocemente tasselli di storia e rivelazioni che potevano essere sicuramente più centrali e soprattutto sviluppate in modo ben più accurato. The Outsider resta comunque un racconto di formazione criminale che trova la sua forza nella rappresentazione studiata e mai banale della yakuza degli anni ’50, forse ancora legata in qualche modo ai principi d’onore dei tempi del feudalesimo giapponese. Il percorso di Lowell è poi sintetizzato in un tatuaggio che dalla schiena sale fino a superare le spalle e abbracciare il petto di Leto, per raccontare l’incredibile ascesa di una carpa americana (koi) a imponente dragone giapponese.

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