Java Heat, la recensione del film con Kellan Lutz e Mickey Rourke

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La Sultana di Giava è rimasta vittima di un attentato dinamitardo di probabile matrice islamica e tra i sopravvissuti all’esplosione, avvenuta durante un ricevimento, vi è l’americano Jake Chambers, ora sotto interrogatorio come testimone da parte della polizia locale. Il ragazzo è però in realtà un agente dell’FBI sotto copertura che sta indagando su un gruppo terroristico autore di stragi in diverse parti del mondo e scopre in breve tempo come la nobile non sia deceduta ma bensì rapita da un nemico ancora misterioso. Con l’aiuto del tenente indigeno Hashim, in Java Heat Chambers si troverà invischiato in un complicato gioco di potere e complotti facente capo allo spietato boss Malik e coinvolgente anche le stesse alte gerarchie del Paese indonesiano.

Semper fidelis

Così come il collega Gareth Evans (autore della saga di The Raid) ma con meno fortune di pubblico e critica, anche il newyorchese Conor Allyn ha trovato nell’Indonesia il luogo ideale per iniziare la sua carriera dietro la macchina da presa. Nel 2013, dopo aver diretto due produzioni indigene e inedite, tenta il grande salto con un action-movie di marchio americano sempre e comunque ambientato nel Paese orientale, potendo contare per l’occasione sulla presenza di Mickey Rourke nei panni di spietato villain e dell’interprete di Twilight Kellan Lutz in quelli di protagonista. Java Heat si rivela un titolo onesto e secco al punto giusto, capace di coniugare una trama di stampo classico con una non banale attenzione alla cultura e al folklore locali, intarsiando diversi risvolti di interesse antropologico nel corso dei cento minuti di visione. Tra suggestive musiche etniche d’accompagnamento e una fotografia color ocra che ben valorizza il fascino decadente della città di Giava, il film alterna un discreto numero di colpi di scena (buona parte riguardanti la reale identità del personaggio di Chambers) a coinvolgenti dinamiche d’azione, con inseguimenti su due e quattro ruote o a piedi nudi tra i tetti, esplosioni in serie e frequenti sparatorie (con tanto di tipica situazione di stallo nel convulso finale) in maniera – se non del tutto originale – quanto meno capace di intrattenere senza troppe sbavature fino ai titoli di coda.

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