Kodachrome, la recensione del road movie targato Netflix

Matt Ryder, dirigente esecutivo di una casa discografica, non se la sta passando bene: licenziato dall’ultima band che aveva sotto contratto, riceve un ultimatum dal presidente della compagnia. Come non fosse già un periodo abbastanza complicato, l’uomo riceve la visita di Zooey Kern, un’infermiera che lo informa sulle gravi condizioni di salute del padre Benjamin, con il quale non ha rapporti da oltre dieci anni. L’estraniato genitore sta infatti morendo e prima di abbandonare questo mondo è intenzionato a compiere un viaggio on the road fino alla cittadina di Parsons, in Kansas, dove ha sede l’ultimo laboratorio di fotografie ancora in grado di sviluppare le pellicole Kodachrome, prima che anche questo chiuda per sempre.
Nonostante un iniziale rifiuto, Matt accetta di accompagnare il morente cercando al contempo di recuperare un rapporto che sembrava ormai chiuso per sempre

L’ultimo viaggio

Un disincantato viaggio on the road nel quale padre e figlio dal rapporto difficile cercheranno di riappacificarsi prima del lungo addio del primo, il cui destino è ormai segnato. Basato su un articolo pubblicato dal New York Times, il secondo lungometraggio di Mark Raso, a tre anni dall’apprezzato Copenhagen (2014), possiede una notevole lucidità d’intenti nei suoi sussulti introspettivi e drammatici, riuscendo ad appassionare al destino dei due protagonisti, ognuno alle prese con una fase saliente della propria esistenza. Acquisito in esclusiva da Netflix dopo la presentazione al Toronto Film Festival, Kodachrome ha il sapore piacevolmente retrò di un cinema che si prende i suoi tempi senza cadere in facili patetismi, lasciando alla rudezza dei dialoghi il compito di espletare le complicazioni di un legame ora forse pronto a rinsaldarsi, e la meta finale è solo il mezzo per rinfocolare affetti sopiti e spegnere vecchi rancori. Poche ma incisive tappe quelle percorse dai nostri, su tutta la visita al fratello di Ben che apre ulteriori ferite in una famiglia già di per sé incasinata, e l’arrivo a destinazione chiude nel migliore dei modi un sentiero aspro portando anche ad una sincera commozione nel colpo di scena conclusivo.
La colonna sonora, composta da rock indipendente degli anni ’80 e ’90, gioca un ruolo importante nell’amplificare lo slancio emotivo di diverse scene clou, e le interpretazioni del cast reggono abilmente le fila di una sceneggiatura priva di grandi eventi ma ricca di profonda umanità: Jason Sudeikis ed Elizabeth Olsen sono i perfetti compari di un Ed Harris dalla dolente e struggente intensità, vero e proprio magnete di un sentimentalismo di rara verosimiglianza.

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