la recensione del film Disney di Ava DuVernay

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Nonostante sia tratto da uno dei capisaldi della letteratura fantascientifica per ragazzi, il classico e omonimo Nelle pieghe del tempo di Madeline L’Engle, l’adattamento cinematografico della Disney si può dire senza troppi problemi sbagliato già a partire dalla promozione. Non che la campagna pubblicitaria sia stata poco martellante e incisiva, ma il fatto è che vendere una regista del calibro di Ava DuVernay al grande pubblico come “visionaria” è certamente un azzardo, anche se poi il termine è decisamente abusato di questi tempi. Con soli due lungometraggi drammatici alle spalle e conosciuta soprattutto per Selma, una piccola autrice come la DuVernay non può essere considerata in alcun modo visionaria né tantomeno adattare uno stile prettamente drammaturgico a un titolo completamente immerso in CGI e VFX come Nelle pieghe del tempo, e infatti la trasposizione è foriera di errori stilistici davvero specifici.
Si trattasse però solo di questo, il film potrebbe in realtà salvarsi grazie alla sua storia così femminista e di buon cuore e alle interpretazioni del cast, peccato però la noia e la narrazione tediosa della prima e la sufficienza delle seconde, che affossano quindi completamente un titolo che forse sarebbe stato meglio lasciare su carta.

Chi, Cos’è, Quale ma soprattutto… perché?

Questa non sarà una stroncatura totale, perché tra il male di un adattamento raffazzonato si nascondono barlumi di intelligenza tematica figli della penna originale della L’Engle, nella maggior parte del film sopraffatta purtroppo dalla caratura blockbuster della trasposizione, dove è un mediocre intrattenimento costato milioni (sicuramente troppi) a soggiogare messaggio e narrazione dell’opera. Jennifer Lee (Frozen, Zootroplis) trasla al cinema con fedeltà quasi ogni aspetto metafisico o metascientifico (se non addirittura fisico teorico) presente nel romanzo originale, non così facile da renderizzare su schermo, se non altro per la loro natura corporea non così specifica e dettagliata. La storia, come i più di voi certamente conosceranno, è quella di Meg Murry, interpretata qui da Storm Reid, che secondo Oprah Winfrey era addirittura “destinata alla parte“, cosa che un po’ fa sorridere e un po’ fa riflettere per l’intelligente prosieguo: “Ha avuto fortuna, dove questa è l’unione di una prontezza lavorativa e culturale e di un’opportunità“. Vero, ma resta il particolare che di questa Murray in questo specifico film non interesserà a nessuno, anche se è doveroso sottolineare come la Reid non se la cavi affatto male nel suo primo ruolo da protagonista. Dicevamo, Meg Murray: quattordici anni, triste e solitaria dopo la scomparsa del padre Alexander (Chris Pine), scienziato interessato ai viaggi interstellari attraverso gli studi di fisica teorica. La ragazza non riesce a inserirsi bene a scuola e il suo unico amico è il fratello adottato Charles Wallace, piccolo e fastidiosissimo genietto in erba che ricorda fin troppo da vicino il Franklin di Tutto in famiglia, perdendone però completamente la dimensione auto-ironica. I due, insieme a Calvin O’Keefe, un ragazzo sportivo dall’intelligenza molto acuta interpretato dallo sfortunato Levi Miller (a cui la iella non lascia scampo sin dal tremendo Pan di Joe Wright), si imbarcheranno in un’odissea tra le pieghe dello spazio e del tempo alla ricerca del padre, tutto grazie a tre Signore, entità trascendentali capaci di utilizzare il tesseratto a loro piacimento, che è poi il mezzo per viaggiare velocemente tra le dimensioni e l’Universo.
Queste tre entità sono conosciute come Chi, Cos’è e Quale e hanno il compito di guidare Meg, Charles Wallace e Calvin nel loro viaggio per salvare Alexander dalle grinfie dell’Oscurità, conosciuta come il Pianeta Camazotz e incarnata in LUI, specifica entità malevola capace di avvolgere interi mondi nelle tenebre. Durante questa avventura, Meg dovrà trasformare la sua natura mite e introversa in combattiva e guerriera, ma anche Charles Wallace e Calvin si troveranno davanti delle prove per accrescere le proprie conoscenze e aiutare Meg nella sua missione.

Tutto sembra al posto giusto per essere quantomeno interessante nel genere young adult, dato che poi di questo si tratta, ma la realtà dei fatti è ben più tragica, dato che Nelle pieghe del tempo si rivela non solo un film assuefatto alla noia e alla monotonia, ma anche uno dei peggiori blockbuster in termini di puro livello strutturale. Sembra che la DuVernay non riesca a comprendere la differenza tra il dirigere un film piccolo e importante, dove l’intrattenimento è completamente messo da parte in favore dell’importanza cinematografica e concettuale, e lo sviluppare un film studio da milioni di dollari. Se, ad esempio, in Selma o in Middle of Nowhere la scelta di primi o primissimi piani sui volti dei protagonisti era essenziale a far trasparire l’espressività e la profondità delle interpretazioni degli attori, è assolutamente sbagliato e deleterio compiere una decisione simile anche per un film come Nelle pieghe del tempo, rivolto essenzialmente agli adolescenti (il target è quello, volenti o nolenti). Non si vuole sminuire l’importanza della recitazione nei blockbuster, l’appunto non è certamente questo, ma in un film fantasy di questa portata, lento e tedioso dove sviluppi e intrecci sono banali, ripetitivi o conosciuti, scegliere di fissare le inquadrature per buona parte della loro durata sui volti dei protagonisti bambini non è certamente funzionale alla sua riuscita.
E non stiamo parlando di un paio di volte, perché la regista centra l’immagine sulla Reid o su Charles Wallace anche nel bel mezzo della (già poca e mal riuscita) azione. Il mondo dove si muovono poi i nostri protagonisti sembra una copia più asettica dei due Alice in Wonderland, sfruttato tra l’altro molto male. Non si approfondisce mai la natura dei pianeti, non c’è mai una vera e propria permanenza significativa sugli stessi e soprattutto la regia della DuVernay risulta stancante anche in questi passaggi.
Alla fine quello che resta è il messaggio della solita lotta dualistica tra luce e oscurità, dove però la prima è rappresentata da filosofi, scienziati, poeti e pensatori “illuminati”, guerrieri o eroi che tentano da secoli di combattere le tenebre della violenza o dell’ignoranza tramite il raziocinio, la morale o l’intelligenza. Un’interessante rivisitazione dell’eterna lotta bene e male che in definitiva non aiuta a risollevare le sorti di un titolo che non riesce a convincere.

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