la recensione del film Netflix con Sam Worthington

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Non c’è niente da fare: il connubio Netflix e Sci-fi sembra ormai inossidabile e duraturo, e questo The Titan ne è solo l’ennesima dimostrazione, successivo infatti a titoli come Mute di Duncan Jones o al Annientamento di Alex Garland. Se però è vero che molti di questi film non avrebbero avuto vita sana in sale nonostante la loro bontà qualitativa, dall’altra è necessario sottolineare come la piattaforma di Reed Hastings si sia tramutata al contempo in una sorta di discount di progetti di serie B o dall’impianto più televisivo, non solo inadatti al cinema ma anche profondamente mediocri.
E l’opera nata da un soggetto di Arash Amel e diretta dal semi-sconosciuto Lennart Ruff, in sostanza, rispecchia e incarna proprio i canoni di quel cinema impossibilitato a sbarcare nelle sale e adottato invece da Netflix, che in questo caso ne ha acquistato soltanto i diritti di distribuzione, senza neanche figurare tra i produttori.

Evolvi o muori

L’idea alla base di The Titan è affascinante. Nel corso di anni e anni di cinema fantascientifico, ci è stato chiarito fin nel profondo un concetto che ormai vediamo come basilare, e cioè il fatto che, per sopravvivere su di un pianeta alieno e inospitale, è necessario terraformarlo, che ipoteticamente si traduce in un processo artificiale atto a rendere l’atmosfera di un pianeta adatta all’uomo. Nella sostanza si andrebbe ad agire sulla composizione chimica dell’atmosfera per renderla simile a quella della Terra, quindi ricca di azoto e ossigeno, gli elementi predominati e necessari alla nostra esistenza. Nel titolo di Ruff, invece, tale processo ipotetico viene completamente messo da parte a favore della ricerca genetica, che invece di agire sui pianeti o sulle lune va a modificare in modo invasivo il fisico umano, così da adattarlo a delle condizioni inizialmente sfavorevoli. In The Titan a capo di tale progetto c’è il Professor Martin Collingwood, interpretato da Tom Wilkinson, luminare della genetica moderna appoggiato dal governo degli Stati Uniti d’America nello sviluppo dei suoi superuomini, “il prossimo passo dell’evoluzione umana“, accelerata però artificialmente e in modo controllato. La Terra del 2048 è un infatti un disastro: nubi tossiche e piogge radioattive sono sempre più frequenti, rendendo inabitabili anche grandi città come Los Angeles, mentre il sovraffollamento mondiale (11 miliardi di persone) porta le risorse idriche e di cibo a diminuire drasticamente col passare del tempo. Il futuro non è certo e il pianeta è destinato a divenire totalmente inospitale nel giro di un ventennio, portando alla sicura estinzione della razza umana. Purtroppo sarebbe inutile agire in qualsiasi modo a causa della scarsità delle risorse di cui sopra, per cui Collingwood propone la sua idea: andare su Titano. Vi domanderete perché proprio Titano. La luna o satellite naturale è il secondo più grande del Sistema Solare, preceduta soltanto da Ganimede e più grande anche del pianeta Mercurio. La sua atmosfera è principalmente composta di Azoto, esattamente come la nostra, anche se i livelli si aggirano in questo caso sul 95%, con presenza di elementi quali Metano o Etano.
Il clima è costituito da vento e piogge di metano, il che ha reso Titano superficialmente molto simile alla Terra, con corsi d’acqua, mari, dune, montagne e l’alternarsi delle stagioni. È come se fosse la Terra nella sua forma primordiale, nonostante poi ci sia una temperatura molto più bassa della nostra e un carico di luce maggiore. Nella pratica, un’ambiente vivibile con le dovute modifiche genetiche per sopravviverci. Come futuri Homo Titanes, così, vengono chiamati soldati esperti con alle spalle esperienze che hanno spinto i loro corpi al limite, tra i quali il Tenente Rick Jannsen, un distaccato Sam Worthington, che si trasferisce nella base del progetto Titan insieme alla moglie, Abigail (Taylor Schilling, la cosa migliore del film) e il figlio Lucas. Tra le “cavie” c’è pure la bella Tally, interpretata da Nathalie Emmanuel, seconda recluta più promettente dell’esperimento insieme a Rick.

Partendo da queste basi, così, The Titan si sviluppa quasi interamente attorno alla modifica genetica dei protagonisti, che vediamo a più riprese affrontare pesanti test ambientali atti a valutare il procedere dell’esperimento e l’adattamento dei corpi di Rick e compagni alle sostanze inoculategli. La narrazione procede lenta, tediosa e senza ritmo, al pari di una produzione televisiva di bassa lega, dove non succede nulla di realmente memorabile e l’unico punto interessante del film è telefonato fin dall’inizio.
Nonostante le tematiche interessanti, The Titan non riesce ad approfondirne nessuna, mandando alla deriva una solida base iniziale attraverso una scrittura incapace di suscitare qualsivoglia emozione tranne una certa angoscia di fondo, che però non cerca né di imprimersi a dovere nello spettatore né tanto meno di svilupparsi adeguatamente per rendere un titolo sci-fi tendenzialmente più ricco di venature horror, un po’ come fu per lo Splice di Vincenzo Natali. Non si respira armonia, insomma, mentre l’ispirazione iniziale sfuma in una nube di crescente malumore intellettuale, il che rende in definitiva la visione del film di Ruff un’impresa, questa sì, titanica.

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