la recensione del nuovo crime drama su Netflix

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Quale vita conta di più? Che poi, siamo sicuri che una vita valga più delle altre? È possibile schematizzare una scala di valore dell’importanza di un’esistenza fondandosi su dei metri di giudizio superficiali e artificiali come la razza, come il pregiudizio? A quanto pare sì. È una realtà innegabilmente presente, terribilmente attuale e spaventosamente condivisa anche da chi invece dovrebbe tutelare i diritti universali. È una questione che si sente il bisogno di affrontare, perché troppa è l’urgenza, troppi sono i casi che quotidianamente finiscono sotto i riflettori. Non poteva quindi che essere questo il tema d’esordio del nuovo progetto di Veena Sud: una serie antologica, nella quale in ciascuna stagione si andrà ad affrontare uno dei vari temi caldissimi che dilaniano gli Stati Uniti. È quindi questo che vuole essere Seven Seconds, uno strumento di riflessione, e perché no critica, dei problemi della società statunitense, sotto la forma di un lungo crime drama che trova in Netflix il palcoscenico su cui esibirsi.

Nero o blu

Sono le primissime luci di un mattino d’inverno. Jersey City, l’altra faccia del centro del mondo; la riva sbagliata del fiume Hudson, dove l’imponente signora con la fiaccola volge le spalle verso New York, la sua figlia prediletta. Un’auto travolge qualcosa, inavvertitamente. Quel qualcosa è una bicicletta, poco lontano, il corpo di un ragazzino nero, il sangue rosso tutto intorno, nella neve. Sette secondi sono quelli che Peter Jablonski (Beau Knapp), poliziotto della narcotici, impiega per prendere una decisione. Chiama i suoi compagni, quelli della sua squadra, quelli che lo hanno appena accolto come rookie. Non sa, o forse sì, che sono poliziotti corrotti, il cui primo interesse è il loro. La decisione è presto presa: è un ragazzino nero, probabilmente morto, ucciso, anche se accidentalmente, da un poliziotto; una violenta reazione della popolazione sarebbe inevitabile, in nome del “black lives matter”, come a Ferguson, Baltimora, Chicago. Lo lasciano lì quindi, nascondendo le tracce, facendo finta di niente. Passano ore, finché finalmente Brenton Butler viene trovato. Dai rilevamenti sembra tutto chiaro: un senzatetto, ubriaco, lo ha travolto ed è fuggito. Basta una firma dell’assistente procuratore di turno, KJ Harper (Clare-Hope Ashitey), eppure qualcosa non torna.

A nessuno importa cosa può essere successo a Brenton: era un ragazzino di colore, probabilmente uno spacciatore, e si sa cosa succede a quelli come lui. Si scava quindi dentro le vite dei protagonisti, si gira a vuoto, si cerca il colpevole, i suoi complici; mentre dall’altro lato, noi che con il nostro occhio onnisciente sappiamo già tutto, osserviamo i movimenti dei corrotti, i loro sforzi di depistare, facendo di tutto per non essere presi.

Tutte le vite contano

Prendendo spunto dal romanzo russo The Major, Seven Seconds fa parte di quella categoria di crime drama dove non c’è niente da scoprire, dove le principali carte sono già tutte in tavola, ma al contrario si osservano le diverse parti in gioco, si seguono i fili narrativi con la curiosità di vedere come e quando si toccheranno. Lo svolgimento in questo ricalca i canoni del genere, strutturandosi in tre principali filoni, quello delle indagini di Harper e Rinaldi; quello delle contro-indagini dei poliziotti cattivi DiAngelo, Jablonski, Wilcox e Osorio; e la metabolizzazione del dolore con relativa ricerca di vendetta e giustizia da parte dei genitori. Filoni che formano dei blocchi distinti, che vanno finalmente a convergere nel terzo atto, quello del processo.

Nel giro di dieci episodi trovano spazio personaggi, situazioni, dettagli che travalicano la vicenda, aumentando non solo a dismisura il minutaggio, ma anche facendo perdere efficacia a tutto il prodotto. Perché il principale problema della serie è proprio la sua scrittura: non brutta o poco interessante ma poco bilanciata, spesso fuori focus, e in bilico tra trovate ben studiate e un certo riciclo di soluzioni tra il prevedibile e l’abusato. In più, nonostante i propositi di affrontare tematiche sociali importanti e ben determinate, non si entra mai veramente nel profondo dell’ambiente, nel contesto che si vorrebbe rappresentare, riducendosi ad abbozzare due folle contrastanti con i propri slogan e cartelli. È infatti più un racconto di persone, maggiormente concentrato sull’interiorità dei propri protagonisti, le loro controversie, gli oscuri segreti che ciascuno si porta dietro.

Non che questo sia un male, ma per reggere tutto il peso della serie è allora necessario che ci sia una caratterizzazione veramente forte. Invece solo i due genitori sono tratteggiati solidamente, mentre gli altri personaggi risultano meno coerenti e alle volte trattati superficialmente. Degli stessi Harper e Rinaldi sono introdotte caratteristiche e background che una volta accennati rimangono poco più che orpelli inconcludenti; DiAngelo, quello che potremmo considerare il vero “cattivo” ricalca stilemi poco originali, e così come i suoi compari passa schizofrenicamente tra stati d’animo di compassione, rimorso e opportunismo senza soluzione di continuità, non sviluppando mai appieno la complessità. Rimane una serie che si fa guardare con interesse, riuscendo a catturare l’attenzione quando entra nel vivo e non si perde in divagazioni inconcludenti. Non sposta però il discorso, non porta niente di veramente nuovo nel panorama di riferimento, né riesce a essere tassello importante in una riflessione politica e sociale. È un’intrigante serie normale, nulla di più.

Le sofferenze delle madri

Sicuramente è un prodotto ben confezionato, molto vicino ai canoni visivi del genere, con i suoi toni freddi, la palette tra il blu, il grigio e il marrone, con una regia tra l’altro impreziosita da Jonathan Demme (esperto del genere e regista tra gli altri di Philadelphia e The Manchurian Candidate), che ha diretto il secondo episodio. Un bel vedere generalmente, nonostante poi ci siano scelte retoriche o ridondanti, prima tra tutte quella che è diventata automaticamente la copertina rappresentativa della serie, con la composizione della Statua della Libertà di spalle e il rosso sangue ben in evidenza nella neve. Quello che però veramente arricchisce la serie è la qualità del cast, capace di performance quasi tutte di buono se non ottimo livello. Buono il lavoro svolto da David Lyons come da Russell Hornsby, che riescono a mettere in scena personaggi credibili, nonostante i difetti di scrittura di cui parlavamo; così come molto bravi Mosley e Ashitey, determinati, vulnerabili, nel pieno del personaggio. Ma a spiccare è indubbiamente la King, mattatrice dello show, capace di rendere a schermo tutto il dolore, la rabbia, la rassegnazione di una madre che non solo si vede strappare il figlio, ma vive anche l’indifferenza che questa morte solleva.
In definitiva Seven Seconds è un buon prodotto, come del resto lo era The Killing, e dimostra ancora una volta la maestria di Veena Sud. Non di certo un capolavoro, né qualcosa capace di portare una ventata di novità nel genere, ma sicuramente, nonostante i difetti, una serie gradevole e interessante sia per gli appassionati di crime che per chi cerca opere che affrontino con una certa serietà i problemi di attualità. Netflix ha trovato un buon drama da poter sviluppare e far crescere, vista anche la formula che permette un ventaglio molto vasto di opzioni narrative per il futuro.





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