la recensione del nuovo film di Roman Polanski

Condividi con chi vuoi!



A tre anni di distanza dal suo ultimo, bellissimo Venere in pelliccia, il controverso Roman Polanski torna al cinema con Quello che non so di lei, una storia di passione e ossessione tratta dal romanzo D’après une histoire vraie di Delphine de Vigan. Volendo essere meta testuale, il libro era raccontato in prima persona dalla de Vigan, ma nell’opera di trasposizione firmata a quattro mani dallo stesso Polanski e da Olivier Assays (Personal Shopper) si perde questa narrazione diretta mediante voice over, così da costruire atmosfere capaci di qualificare propriamente il film come thriller psicologico, anche se magari non “magistrale” come è stato etichettato all’estero da qualcuno. Quello che non so di lei presenta infatti una costruzione meno ingegnosa di quanto si pensi, “colpa” probabilmente dell’adattamento del romanzo, nonostante una trasposizione molto fedele sia nei contenuti che nello sviluppo.

Il blocco dello scrittore

La storia vede al centro di tutto Delphine Dayrieux, interpretata da una credibile Emmanuelle Seigner, tra l’altro compagna di Polanski nella vita. È una scrittrice di successo che ha raccolto attorno a sé innumerevoli fan soddisfatti del suo ultimo romanzo, quello più personale dove racconta la storia della sua famiglia e soprattutto della malattia della madre. Le sessioni dei firma-copie sono così piene e così lunghe da darle il mal di testa, tanto da dover rinunciare a completarle in toto. Un giorno, però, si presenta Leia (in francese Elle come “Lei“), una donna bellissima e di acuta intelligenza che sembra avere molto a cuore il lavoro di Delphine. Dopo vari incontri, dibattiti sulla vita o sul mestiere dello scrittore, veniamo a sapere che anche Leia è una scrittrice, una biografa che si occupa della stesura delle memorie di importanti star, specie francesi. A dare il volto alla donna è la stupenda Eva Green, sicuramente valore aggiunto del film grazie al suo volto così mascherato di inquietudine, di tormento, e alla guida del regista, che si dimostra ancora un volta un grande pifferaio cinematografico di donne, nelle sue mani pongo da modellare nel migliore dei modi. Le due donne diventano amiche, ma per Delphine è un momento molto difficile, caduta preda del blocco dello scrittore e di un forte senso di colpevolezza a causa di diverse accuse mosse via social nei suoi confronti, tutte incentrate sulla strumentalizzazione di un dolore personale. Leia si offre così di aiutarla nell’organizzazione del suo lavoro e delle sue risposte, con valenza motivazionale. Il rapporto a lungo andare diventa però ossessivo, morboso, e Delphine comincia a domandarsi da dove venga la sua amica e perché non abbia nessuno al suo fianco, nonostante la presenza di Leia si sia fatta ormai imprescindibile per la sua salute psico-fisica, davvero agli sgoccioli. Come vedete le premesse per un grande thriller psicologico ci sono davvero tutte, peccato purtroppo per uno sviluppo fin troppo prevedibile e per un concept di base diciamo poco originale, forse troppo legato alla scrittura kinghiana, dalla quale pesca diverse idee e situazioni – protagonista romanziera, blocco dello scrittore, psicosi, autodistruzione -, forse poco accattivanti e funzionali.

Giochi di specchi

Proprio come ne L’Uomo nell’ombra o in Venere in pelliccia, Polanski insieme ad Assayas si muove tra realtà e finzione attraverso un gioco di specchi centrale ai fini della trama. Nel dare peso a un’atmosfera tesissima e mai rilassata (complici anche le musiche ipnotiche e cariche di angoscia di Alexandre Desplat), il regista perde però lungo i vari passaggi della storia un certo grip psicologico, dato che la soluzione della vicenda si intuisce forse dopo pochi minuti dall’inizio. La particolarità che rende perlomeno interessante Quello che non so di lei risiede allora nell’intera impalcatura stilistica, capace di deviare l’intuizione corretta verso territori più artificiosi, così da edificare nella mente dello spettatore diversi scenari possibili per spiegare la forte ossessione di Leia per Delphine e viceversa. È un film che si muove sinuoso tra dialogo e silenzio, dove sguardi e abbracci non sono mai quello che sembrano. La regia di Polanski è poi estremamente misurata ma mai ricercata, molto classica e priva di retorica virtuosa, dove è l’esperienza a vincere sulla tecnica, un certo grado di sicurezza a surclassare il coraggio di sperimentare. Il problema risiede però anche a monte, dato che Quello che non so di lei soffre di una traslazione mediatica nella quale si perdono caratteristiche essenziali del romanzo originale funzionali solo alla lettura. Si perde sostanzialmente carattere e credibilità, con passaggi obbligati che svelano troppo presto e in modo troppo palese il plot twist che dovrebbe colpire le nostre menti sul finire della storia, comunque già di suo poco articolato. Tutto questo si può giustificare con un focus rivolto essenzialmente alle due protagoniste, quelle sì davvero intriganti, ma una volta giunti alla conclusione del film la sensazione è di aver costruito castelli in aria per quasi due ore, quando poi Quello che non so di lei aveva già edificato dopo dieci minuti una modesta casetta, quattro mura e un tetto, dove nascondersi.





Source link