la recensione del ritorno della storica serie sci-fi

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Star Trek non è semplicemente una serie: i fan potrebbero dirvi che è una vera e propria ragione di vita. Ideologia, filosofia, progressismo pacifista e multiculturale, senso dell’avventura, azione, Star Trek è questo e molto altro. Eppure, nonostante le schiere di fedeli, la serie ha trovato negli anni sempre più difficoltà a imporsi in un panorama televisivo via via più esigente. Fino al settembre scorso quando, grazie allo sforzo congiunto di CBS e Netflix , la saga spaziale più longeva e famosa al mondo è tornata alla luce. Non è un caso allora che Star Trek Discovery sia stata così tanto attesa dagli appassionatissimi, forte del sostegno del colosso dello streaming e di rinnovate promesse di meraviglia. Eppure questo Discovery è un pessimo Star Trek, una mediocre serie bellica/d’azione e un’altalenante racconto fantascientifico. Ecco il nostro approfondimento sulla serie.

Il passato è il passato, il futuro è infinito

Il primo, più evidente, difetto di Discovery è il suo collegamento con il resto del franchise, risultando del tutto fallace dal punto di vista della mitologia e della cronologia trekkiane. Ambientata circa dieci anni prima dell’avvio della serie classica, segue le vicende dell’omonima nave stellare USS Discovery e in particolare dell’esperta scientifica Michael Burnham (la Sasha di The Walking Dead, Sonequa Martin-Green). Prima vice capitano della USS Shenzhou, è colei che a causa della sua avventatezza dà il via al conflitto tra la Federazione dei Pianeti Uniti e l’Impero Klingon. Di più, è il primo essere umano ad aver studiato all’Accademia delle Scienze Vulcaniana, nonché figlia adottiva di Sarek, celebre padre di Spock e uno dei principali artefici delle politiche della federazione. Graziata dalla condanna per tradimento, è assoldata dal capitano Gabriel Lorca (Jason Isaacs) sulla Discovery, nave tecnologicamente avanzatissima, in grado di viaggiare sfruttando la rete miceliare, ovvero spore presenti in tutto l’universo che in sostanza consentono alla Discovery di teletrasportarsi. Una delle tante trovate forzate e incongruenti con la decennale storia di Star Trek. Soprattutto sembra però mancare proprio lo spirito, l’anima che contraddistingue la serie da sempre, quel costante senso di meraviglia che accompagnava ogni singolo pianeta inesplorato; la scoperta di nuove razze, luoghi, culture; il forte senso di appartenenza a una comunità, prima che a un equipaggio. Non c’è niente di tutto questo.

Vecchia noia, ammantata sotto noia nuova

Anche considerando Discovery una serie a sé stante, nuova, in un universo tutto suo, finiamo comunque col trovarci davanti a quindici episodi dalla qualità narrativa scostante, schizofrenica, divisa in tre filoni consecutivi nel senso e nella cronologia che, in una situazione normale, potrebbero rappresentare altrettante stagioni di una serie. Le tre storyline infatti sono talmente diverse e avrebbero bisogno di talmente tanto spazio che comprimerle tutte in un’unica stagione dà vita a una gran confusione. Abbiamo prima tutto un arco sulla crisi con i Klingon, gli studi sul funzionamento della tecnologia a portata della Discovery, e il suo sfruttamento per la risoluzione del conflitto; a seguito di un malfunzionamento del dispositivo, ci troviamo improvvisamente catapultati in una dimensione parallela, con tanto di corrispettivi delle nostre conoscenze, rivelazioni sconvolgenti e conseguente tentativo di ripristino; per alla fine ritornare nell’universo giusto, ma nel tempo sbagliato, con la guerra ormai dominata dai Klingo, e tutta una serie di azioni per rimediare.
Tutto questo in quindici episodi da quarantacinque minuti. La sceneggiatura, benché affidata principalmente a due esperti come Bryan Fuller e Alex Kurtzman, si rivela a dir poco approssimativa. È tutto frettoloso, superficiale, appena abbozzato, facendo sì che le poche intuizioni buone, che comunque ci sono, siano disinnescate e diluite dall’abbondanza di banalità che permea tutta la serie.

Neanche la caratterizzazione dei personaggi rasenta la sufficienza, attestandosi tra le peggiori di Star Trek, con un fatto per altro insolito: l’assoluta anonimità dell’equipaggio. È un racconto principalmente Burnham-centrico, con i membri ricorrenti del cast a fare per lo più da sfondo, divisi tra la gestione banale dell’ufficiale scientifico Stamets (Anthony Rapp), le assurde scelte legate ad Ash Tyler (Shazad Latif), e il sempre bravo e mascherato Doug Jones che vede però sprecate le potenzialità del suo Saru. L’aggravante è che la stessa protagonista ha veramente poco spessore, senza uno sviluppo coerente della sua personalità; anzi, si ha quasi l’impressione che non si sappia veramente cosa fare con lei, come gestirla, su cosa puntare. L’unica nota positiva in questo senso è l’eccelso lavoro di Jason Isaacs, il cui capitano Lorca è veramente l’unico credibile e dall’evoluzione interessante. Troppo poco.

Lo spazio dentro una scatola

Un titolo del genere dovrebbe dar sfogo alla fantasia dei propri autori, farci sognare, trasportandoci tra meraviglie mai viste prima, e invece si sceglie di ripiegare verso un intreccio bellico-politico tutto sommato banale. Il risultato finale arriva a stento alla sufficienza, anche a causa della zavorra dei primi nove episodi. Si cerca di mettere in piedi una storia di intrighi, diplomazia, azione, guerriglia, ma il tutto è fin troppo prevedibile, limitato per altro da una scelta di messa in scena incomprensibile. L’intera stagione infatti è girata per la maggior parte a bordo della Discovery, limitando al minimo sindacale non solo le riprese in esterna di pianeti da esplorare, ma addirittura quelle di altri interni diversi dalla nave protagonista. Si ruota intorno alla plancia di comando e alle stanze private, e da lì non si scappa.

Non solo quindi le idee di scrittura latitano, ma questa scelta narrativa non è nemmeno supportata adeguatamente dal comparto tecnico, anch’esso completamente schizofrenico. Se i design sono veramente stupefacenti, primi tra tutti la stessa nave stellare e il re-design dei Klingon, la regia e l’effettistica sono veramente troppo ancorate a canoni superati, che rispecchiano un linguaggio televisivo che non è più quello di oggi. In definitiva, quella che sembrava potesse essere la rinascita di un brand storico è invece una cocente delusione. Potrà forse appagare l’irrefrenabile sete di fantascienza di alcuni, o tenere compagnia per una quindicina di ore, ma è veramente troppo poco, anche considerato e il blasone e lo sforzo produttivo a cui la serie si accompagna.

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