la recensione del sofisticato horror con Martin Freeman

L’horror è ancora uno dei generi più amati del cinema, forse per il suo macabro fascino o forse perché amiamo essere spaventati, che a livello scientifico significa imbottire il nostro corpo di dopamina o adrenalina. Al giorno d’oggi il cinema dell’orrore può essere diviso in due categorie più comuni: lo jump scare e lo psicologico. Venature thriller possono certamente accompagnare entrambe le parti, ma nella prima la volontà del film è quella di provocare un’intensa reazione fisica nello spettatore, mentre nella seconda è l’imprimersi nella mente e agire soprattutto al suo interno. Nel primo caso non c’è bisogno di una grande storia o di una caratterizzazione ottimale dei personaggi, perché l’horror da jump scare deve vivere di momenti grazie alla sua struttura, ma è nell’horror psicologico che una situazione deve essere resa credibile o terrificante il giusto per rimanere aggrappata ai pensieri o agli incubi del pubblico.
Nel cinema contemporaneo difficilmente un buon horror riesce ad essere sia psicologico che jump scare, basti pensare al filone dei film di James Wan o all’ultimo Get Out di Jordan Peele, ma ad ovviare a questa semplicistica ma funzionale distinzione arriva adesso l’ottimo Ghost Stories di Andy Nyman e Jaremy Dyson, che nella sua piccola natura british tenta di costruire una storia avvincente che spaventi genuinamente ma allo stesso tempo inquieti psicologicamente lo spettatore.

L’insopprimibile forza del raziocinio

Ghost Stories è tratto dall’omonima pièce teatrale degli stessi Nyman e Dyson, che decisero di sviluppare un’opera dell’orrore ispirandosi soprattutto alle attrazioni horror di parchi quali Disneyland, quindi Haunted Mansion ad esempio. A loro dire proprio quelle trovate rappresentano infatti la forma più pura di teatro, dove l’immersione del pubblico è totale e lo spavento vive di espedienti vari e ricercati. La pièce ha infatti riportato in auge il teatro immersivo, sbancando ai botteghini mondiali con oltre mezzo milione di spettatori in tutto il globo, così da essere rinominata una delle esperienze più spaventose di sempre. Ovviamente nella traslazione cinematografica è stato necessario modificare la forma e il linguaggio dell’opera originale, ma vi assicuriamo che Nyman e Dyson sono riusciti a ricreare esattamente come a teatro un’atmosfera elettrica e inquietante, capace di avvolgere il pubblico e attirarlo pian piano all’interno di una storia che vive di terrore, thriller e una scrittura assolutamente brillante. Il racconto si ispira ai film della Amicus Anthologies degli anni ’70, quali ad esempio La bottega che vendeva la morte, ma anche a classici dell’orrore come Incubi Notturni. Sostanzialmente ci si riferisce a questi titoli perché improntati sulla divisione in più racconti, e infatti anche Ghost Stories è suddiviso in tre casi legati alla storia del Professor Philip Goodman (Nyman), conosciuto per il suo programma televisivo Truffe Paranormali, dove grazie al suo proverbiale scetticismo nei confronti del sovrannaturale tenta di smascherare false attività paranormali o presunti sensitivi. La sua intera vita è impostata sull’insopprimibile forza del raziocinio, grazie al quale si può a suo avviso spiegare ogni evento considerato non di natura fisica. Per fare questo serve comunque una certa metodologia investigativa, che Philp ha appreso dal suo predecessore, Charles Cameron, dato per disperso decenni prima a causa di circostanza misteriose.
Un giorno però Goodman viene invitato proprio da Cameron nel suo rifugio ed è lì che il professore riceverà dal suo maestro i documenti di tre casi da lui non risolti e che a suo avviso sarebbero la prova inconfutabile dell’esistenza del paranormale. Facendo questo, inoltre, Cameron rimpiange il suo scetticismo e la sua ubris nei confronti del sovrannaturale, accusando inoltre Philp di essere proprio come lui, superbo e inetto. Per dimostrare l’incrollabile forza della ragione e il suo pragmatismo, Goodman accetta i casi, tutti e tre senza una plausibile spiegazione se non di natura paranormale.

I tre casi

Proprio come i film ai quali si ispirano, così, i tre casi di Ghost Stories sono il cuore centrale dell’opera, anche se poi la storia di Goodman funge da grande file rouge dei racconti. Anche se la storia di Philip può inizialmente sembrare percorsa da tonalità comedy, non lasciatevi ingannare: è solo un’escamotage narrativo per abbassare e poi aumentare la tensione nei momenti più concitati dei tre casi, che sono assolutamente angoscianti e ricchi anch’essi di trovate registiche atte ad aumentare il senso di disagio, come studiati angoli bui, movimenti di macchina calibrati al millimetro e tempi praticamente perfetti.

Sotto questo aspetto, c’è da dire, il film di Nyman e Dyson non ha praticamente alcuna sbavatura: mette i brividi e provoca uno spavento genuino, che arriva solo ed esclusivamente dopo minuti di tensione crescente che sfideranno i più impressionabili tra voi a non socchiudere gli occhi per diminuire un palpabile nervosismo. Si intuisce subito la conoscenza del genere del duo registico, appassionato da sempre di horror e capace di costruire il giusto meccanismo di terrore oliando con competenza ogni ingranaggio, dalla struttura della scena fino alla scelta del giusto interprete, che in Ghost Stories è un’altra importante carta vincente che trascina prepotentemente la parte jump scare verso quella piscologica grazie a tematiche di una certa rilevanza e a performance sostanzialmente impeccabili. I mattatori dei rispettivi tre casi sono Tony Matthews, che nel film veste i panni di un guardiano notturno alle prese con la peggiore nottata di lavoro della sua vita, Alex Lawther, problematico ventenne che rimane con la macchina in panne nel bel mezzo di un’oscura foresta, e Martin Freeman, ricco e odioso agente di borsa che racconterà a Goodman della particolare gravidanza della moglie. Ognuno dei tre dona un particolare plus valore al progetto, specialmente il giovane e talentuosissimo Lawther, che abbiamo già avuto modo di apprezzare in Black Mirror e The End of the F***ing World su Netflix. Al netto di qualche lentezza nello sviluppo della storia principale, che vi riserverà uno dei finali migliori dell’anno, Ghost Stories gode quindi di uno stile encomiabile che fa del terrore una vera e proprio arma psicologica, parlando inoltre di argomenti complessi e importanti come rimpianti, errori, morte e famiglia solo come i migliori film horror sanno fare, in modo particolare e inserendoli all’interno di una storia che sa riservare diverse sorprese.
Nulla di innovativo o trascendentale, ma nel suo voler essere al contempo omaggio al vecchio cinema di genere anni ’70 e thriller psicologico contemporaneo, Ghost Stories si dimostra senza troppe riserve uno dei migliori horror degli ultimi anni, agghiacciante fino in fondo e con qualcosa di interessante da dire. Chapeau!

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