la recensione della terza e ultima stagione

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Che cos’è l’amore? Una domanda trita e ritrita, la più banale di tutte, con altrettante banali e prevedibili risposte che nei secoli si sono susseguite. Eppure è anche la più difficile, proprio perché difficoltoso è riuscire a districarsi tra i cliché e la retorica, per poter portare a una soluzione efficace, veritiera, che soddisfi la nostra disperata necessità di scoprire la sua enigmatica e complicatissima natura. Ci hanno provato anche due signori e una signora, a dire la loro, e lo hanno fatto meglio degli altri. Adesso quel bellissimo viaggio intrapreso tre anni fa da Judd Apatow, Paul Rust e Lesley Arfin è giunto al termine congedandosi con una perfetta quadratura di quella che senza difficoltà possiamo considerare come la più lucida e sofisticata rappresentazione dell’amore e delle relazioni della contemporaneità. Dopo tre stagioni si chiude Love, serie originale Netflix che ha contribuito all’esplosione delle cosiddette dramedy.

Le stagioni dell’amore

Per parlare di questa terza e ultima stagione non possiamo che partire da lontano. Non sappiamo se la decisione di chiudere la serie dopo tre stagioni sia stata presa già all’inizio, o un cambiamento in corso d’opera. La cosa certa è che così Love è di un’organicità sopraffina, una purissima analisi in tre stadi progressivi di quello che è il rapporto amoroso. Tre diverse focalizzazioni che riunite insieme ci presentano un prospetto completo, una storia personale dalla forte universalità. Gus (lo stesso Paul Rust), insegnante delle giovani star e aspirante regista, e Mickey (Gillian Jacobs), autrice radiofonica: abbiamo prima imparato a conoscerli, a scoprire le loro personalità, le loro sfaccettature; abbiamo visto i primi passi di un corteggiamento tormentato, goffo, e proprio per questo estremamente naturale e credibile. Abbiamo poi gioito, nella seconda stagione, quando le due anime sono riuscite a unirsi, assistendo quindi agli esordi di un rapporto di coppia ufficiale, con tutti gli impeti di novità, le paure, le passioni, che tutto questo comportava. Il terzo atto va a posizionarsi naturalmente alla fine di questo percorso, tirando in ballo la maturità, un faccia a faccia deciso, una riflessione seria e problematica di quello che vuole essere il futuro dei due, sempre più vicini all’uno. Come dire, fino ad adesso abbiamo scherzato, abbiamo giocato a immaginare cosa voler fare da grandi, ma adesso ci siamo, dobbiamo decidere.

Una storia di caratteri

Per farlo si punta tutto su una narrazione intimistica, quasi totalmente focalizzata sui personaggi. Come già successo con le due stagioni precedenti, ma spingendo ancora di più la cosa, una trama orizzontale è pressoché inesistente, se non in un abbozzo di situazioni tra di loro consequenziali. Quello che ci interessa, e di cui ci vogliono parlare gli autori, non è la storia di Gus e Mickey, ma la loro interiorità, la loro esistenza come coppia. Succedono delle cose, ma non c’è una vera organicità tra gli episodi. Sono sequenze estrapolate tra le tante, e che ci servono unicamente per focalizzarci su quello che è il riflesso della loro vita sulla loro soggettività.
Che poi non è solo la loro, ma anche la nostra, perché la grandissima forza di Love è quella di disegnare personaggi credibili, spontanei e con cui è facilissimo immedesimarsi, nonostante rappresentino un tipo ben specifico di esseri umani. Ma tanto sono vivi che non è difficile per chiunque trovare almeno una caratteristica in cui riconoscersi, una situazione, uno stato d’animo. Operazione che ci è facilitata ancora di più dalla assoluta bravura non solo dei due protagonisti, ma anche del supporting cast, che aiuta ad ampliare la gamma dei sentimenti e delle personalità. Perché se è vero che Paul Rust e, soprattutto, Gillian Jacobs fanno un lavoro straordinario, non da meno sono specialmente Claudia O’Doherty, Mike Mitchell e Chris Witaske, con l’attrice australiana a confermare sempre più il suo talento comico.

Un equilibrio di rara perfezione

Si ride, si scherza, si piange, ci si spaventa, in definitiva ci si emoziona. Rispettando i canoni della sempre più celebre categoria della dramedy, Love trova il suo perfetto bilanciamento nella distribuzione delle varie parti, fornendoci uno spettro completo e sapientemente misurato. Equilibrio che troviamo non solo nei toni, ma anche nella distribuzione dei punti di vista. Gus e Mickey sono una coppia, le perfette metà di un unico, ed è proprio partendo da questo assunto fondamentale che il tutto si srotola. Sono loro due, al centro, e tutto il resto parte e si riflette in loro. Così troviamo un’analisi sulle relazioni e l’amore che dà lo stesso peso e gli stessi spazi alle due parti, in questo caso un uomo e una donna, e questo equilibrio è un fattore da non dare per scontato. In questo ci viene in soccorso un dato da non trascurare, e che spiega da solo la grandissima forza e spontaneità della serie: ricordiamoci infatti che Rust e Arfin sono sposati, che lei veramente viene da problemi di alcolismo, che Mickey come personaggio riprende, ed è quindi una materia veramente sentita quella che gli autori rappresentano, perché è la loro vita. E per tre stagioni è stata anche la nostra, in un crescendo di intimità, purezza e forza dei sentimenti, che ci ha accompagnati fino a questi ultimi dodici episodi che non dimenticheremo con tanta leggerezza.

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