Liam Neeson tra intrighi e giochi di potere

Condividi con chi vuoi!

La storia di The Silent Man ha inizio a Washington l’11 aprile del 1972, diversi mesi prima delle nuove elezioni americane che vedevano ancora in corsa il presidente uscente Nixon. Dalla morte di J. Edgar Hoover e le prime avvisaglie dello scandalo Watergate, il vicedirettore dell’FBI Mark Felt si trova a dover cedere il posto di comando da lui caldamente sognato dopo la scomparsa dello storico predecessore a Pat Gray, uomo di fiducia della Casa Bianca, che rischia di compromettere l’indipendenza dell’organizzazione. E proprio le indagini sull’intrigo politico che ha sconvolto per sempre l’opinione pubblica americana sono al centro della personale battaglia di Felt, che si trova invischiato in una subdola partita a scacchi tra potenziali traditori e gole profonde pronte a fare il doppio gioco. Ma quale sarà la verità?

Tutti gli uomini del presidente

L’enciclopedico titolo originale Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House dice già tutto sull’importanza del personaggio interpretato da un mimetico Liam Neeson, ariete carismatico in un cast di grandi nomi (Marton Csokas, Diane Lane, Michael C. Hall, Tom Sizemore, Bruce Greenwood ed Eddie Marsan solo per citarne alcuni), capace di scuotere le fondamenta della politica americana come mai nessuno prima di allora. Peter Landesman, regista specializzato in eventi presidenziali (il suo esordio Parkland del 2013 era incentrato sull’assassinio di John F. Kennedy), opta per una narrazione cronologica che avanza nel corso delle settimane e dei mesi pre e post elettorali chiudendosi, salvo un breve epilogo ambientato qualche anno più tardi, come prevedibile con le dimissioni di Nixon. Proprio la scelta di raccontare tramite salti temporali il procedere degli eventi rischia a tratti di far perdere omogeneità all’insieme e la conferma di diversi tagli in fase di montaggio (riguardanti soprattutto la figura della moglie Audrey) lascia ulteriormente trasparire delle mancanze nella progressione dei vari partecipanti a questa millimetrica partita a scacchi in cui il minimo errore sarebbe potuto costare carissimo.

Deep throat

The Silent Man nasconde, o “tenta di”, le sue parziali lacune di sceneggiatura tramite una messa in scena accurata ed elegante che ben ricostruisce il periodo storico, attorniando un gran numero di figure secondarie alla personale battaglia del protagonista, pronto a tutto pur di mantenere l’FBI indipendente da ogni influenza esterna. I cento minuti di visione si alternano così tra incontri con sottoposti e informatori chiave lasciando emergere soprattutto la carica istituzionale a discapito della vita privata, spesso narrata fuori campo in esplicativi dialoghi o mostrata in brevi istanti come nella parte finale. Proprio l’elemento della scomparsa della figlia è (poco oculatamente) ridotto al minimo indispensabile, quando invece il lato umano di Felt avrebbe meritato miglior risalto allo scopo di creare una maggiore affezione da parte del pubblico. Allo stesso modo il sottofondo sociale, mostrato con filmati di repertorio o servizi televisivi e radio, si instilla troppo debolmente e in maniera quasi caricaturale, con le notizie sulla guerra del Vietnam seguite a ruota da quelle sugli incontri di baseball a sottolineare forzatamente la mancata attenzione del popolo americano sui fatti realmente importanti. In un’operazione imbastita sugli spazi chiusi del potere e costantemente accompagnata dall’avvolgente e inquieta colonna sonora di Daniel Pemberton a evidenziare la perenne ambiguità di chi gestisce i piani alti del comando.

Source link