L’importanza (sociale) di chiamarsi Star Trek


A chi possono dare fastidio degli uomini con degli improbabili pigiamini colorati? Uno spettatore poco attento e informato, oggi come ieri, deve avere quasi sicuramente pensato una cosa del genere. Del resto poteva essere difficile dare un senso ulteriore, più profondo, a quello che a prima vista sembrava un futuristico racconto di frontiera, un’avventura in pieno stampo hollywoodiano, niente più che una serie d’intrattenimento senza pretese ambientata nello spazio. Qualcosa di tipicamente americano, un Kirk/John Wayne contro l’alieno/selvaggio. E pensandoci, questo disattento spettatore potrebbe anche avere ragione, perché gli episodi erano in effetti strutturati in questa maniera e solo così, camuffando sotto un’aura docile le proprie idee, Gene Roddenberry è riuscito a rendere accettabile la diffusione della sua creatura. Ma Star Trek era molto di più di un’avventura spaziale in pigiama, era un manifesto politico, un silenzioso grido di uguaglianza e un sagace banco di critica e riflessione sulla società americana.

Rivoluzione in pigiama

Sotto il fascino di una possibile propaganda ed esaltazione della corsa spaziale culminata con lo sbarco sulla luna, i severi controllori della docilità televisiva non hanno notato l’aspra critica alla politica americana. Star Trek quindi non è stato solo una divertente ed emozionante epopea tra le stelle, né esclusivamente un culto nerd, ma anche e soprattutto un moto di ribellione a uno stato delle cose degradante. Sotto l’aspetto innocuo si nascondeva una rivoluzione, il coraggio di parlare di razzismo, di sollevare riflessioni sul sovrappopolamento più sfrenato, così come di lanciare messaggi ecologici. Il tutto sempre, purtroppo, nascondendosi dietro escamotage che scongiurassero la censura. Pensiamo per esempio a uno dei fatti più chiacchierati e sconvolgenti di Star Trek: il bacio tra Kirk e Uhura. Non solo era tra i primi baci interraziali che si siano visti in televisione, ma faceva di Nichelle Nichols la prima ad interpretare un personaggio femminile con un rango elevato, e addirittura a potersi permettere un vestiario considerato “trasgressivo”. Ecco, per far sì che tutto questo accadesse c’è stato bisogno di inserire degli alieni telepati, colpevoli di aver forzato il bacio. Escamotage che non ha del tutto evitato le polemiche, eppure quella scena resta epocale perché ha abbattuto un tabù enorme.

Per non parlare di cose più palesi ma altrettanto significative, come la stessa composizione dell’equipaggio. Non il classico e poco assortito gruppo di belli e bianchi uomini caucasici, con donne di contorno domestico, bimbi tra i piedi e al massimo un messicano a reggere un’improbabile sottotrama comiao. Al contrario, un melting pot sfaccettato era il vero protagonista a bordo dell’Enterprise. Tra mezzosangue, donne afroamericane, asiatici, robot, alieni e addirittura russi – una presenza impensabile negli anni ’60, in piena Guerra Fredda. La stessa Guerra Fredda era presa in esame e messa sotto tiro, non senza edulcorazioni filoamericane, con i Klingon vera e propria metafora dell’ideologia sovietica, tutta basata sul rigido militarismo, sul pensiero unico, la collettività a scapito dell’individuo e la forma dittatoriale come mezzo di vittoria. Allo stesso modo la Federazione dei Pianeti Uniti era facilmente identificabile come il corrispettivo dell’ONU, con tanto di Direttiva Primaria per non interferire con le culture esplorate, badate bene, non conquistate. E nella sceneggiatura della serie originale c’è stato spazioe anche per pungenti attacchi verso la corsa alla bomba atomica e il suo utilizzo, la guerra del Vietnam, il maccartismo, la sfuggevolezza della pace.

Sembra merchandising ma non è, non solo

Tutto quello che per noi oggi è assolutamente normale, è la norma, ha avuto per decenni in Star Trek una delle poche valvole di sfogo, elevando la serie a emblema della lotta social, e confermando la bontà dell’intuizione di Roddenberry. Con l’evoluzione contenutistica della serialità televisiva, l’incisività della serie sul mondo reale si è un po’ indebolita, nonostante dopo più di cinquant’anni non si sia abbandonata la via dell’impegno. Anzi, ancor più responsabilità è calata sulle spalle del gigante con l’apertura dei mercati, con la diffusione mondiale: non si trattava più di parlare alla sola popolazione americana, ma al mondo tutto. Questo, unito a una deriva più action e pop propria della trilogia cinematografica ideata da J.J. Abrams, ha diluito la pregnanza progressista, ma non per questo c’è stato un passo indietro. Semmai c’è da ragionare sul fatto che se per noi ormai certe tematiche possono risultare generiche, quando non superate, in altri contesti al contrario potrebbero essere comunque illuminanti. Nei film abbiamo infatti un timido accenno a tipologie di famiglie che alcuni definiscono “non convenzionali”, prima volta in uno Star Trek, così come ragionamenti sulla genetica, o la critica all’usanza di voler trovare un nemico ad ogni costo.

Oggi come ieri

Nonostante i suoi problemi, il ritorno del brand al suo luogo originale ha permesso di ri-centrare maggiormente questo aspetto, producendo anche riflessioni abbastanza interessanti. Abbandonando il carattere più mainstream proprio dei blockbuster cinematografici, Star Trek Discovery harimodellato ad esempio l’ideologia dei Klingon, trasformandoli negli ideali portavoce di quel movimento anti-globalizzazione che è l’indiscusso protagonista dei nostri anni. Così come, sempre tra le file dei Klingon, assistiamo a un assurdo quanto funzionale ribaltamento di paradigma, con l’unico elemento bianco escluso perché diverso. L’interrazialità al contrario dovrebbe essere ormai una cosa assodata e così è, così come non dovrebbe creare scandali la storia omosessuale di Stamets e Culber, seppur impacciatamente narrata, o il fatto che l’assoluta protagonista sia donna, per di più afro-americana. Ecco, quello che nel corso degli anni Star Trek ha perso è proprio la sua carica eversiva, perdendo il suo status di voce fuori dal coro, di mezzo privilegiato attraverso cui sollevare argomenti scomodi come necessari. Questo può essere visto come un difetto, certamente, come una perdita di forza e interesse nel proporsi, una resa all’entertainment e alle logiche del mercato. Ma vedendola più romanticamente e ottimisticamente si potrebbe dire anche che forse non ce n’è più così tanto bisogno, che le conquiste sono state tante, e che è anche grazie a una finta storia di cowboy dello spazio se si sono moltiplicate le opere impegnate, le serie che non fossero solo intrattenimento ma qualcosa di più, fino a far diventare l’impegno sociale una cosa normale, quasi banale.





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