lo streaming è figlio di un Dio minore?

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Ormai da un anno e mezzo la parola Cannes è praticamente sinonimo di polemica, almeno in riferimento al cinema. Il festival che si tiene sulla Costa Azzurra da oltre 70 anni è l’evento europeo relativo alla settima arte più importante a livello di risonanza mediatica e qualità, che spesso detta le regole per l’intera industria mondiale. La scorsa edizione è stata caratterizzata soprattutto dal chiassoso arrivo di Netflix in competizione: il Festival ha accettato in concorso due prodotti come Okja e The Meyerowitz Stories, convinto che il colosso americano li avrebbe poi portati su grande schermo. Questo non è successo, la grande N infatti aveva e ha ancora interesse a portare i suoi contenuti originali unicamente su internet, scelta che ha scatenato e scatena tuttora panico e scompensi presso il direttivo cannense. L’8 maggio prossimo avrà inizio la 71esima edizione del festival, questa volta però il direttore artistico Thierry Fremaux si è fatto trovare pronto al varco con nuove regole comportamentali e di ammissione al concorso.

Al bando selfie, anteprime e streaming

Come forse avrete già letto, il Festival di Cannes ha bandito i “selfie da red carpet”, considerandoli degradanti per l’immagine dell’evento. Dunque non ci si potrà più fermare sulla famosa “montée des marches” per un fugace autoscatto da social prima di ogni proiezione di gala – per buona pace degli influencer. Le nuove regole hanno toccato anche il lavoro dei giornalisti, che per la prima volta nella storia recente del festival non potranno vedere i film in concorso in anteprima assoluta. Se fino allo scorso anno la stampa poteva visionare le opere svariate ore prima rispetto alla presentazione ufficiale delle stesse, da questa edizione 71 giornalisti e invitati al gala vedranno i film in contemporanea. Se questo evita commenti negativi ed eccessivi prima delle proiezioni ufficiali, cosa che si poteva evitare con un semplice ordine di embargo come accade in altri festival internazionali, dall’altra crea numerosi problemi deontologici e logistici a noi critici. Non vogliamo però entrare nel merito della questione, sono due esempi utili a capire come quest’anno la direzione del Festival di Cannes sia intervenuta davvero a muso duro sul regolamento, interessando anche lo streaming.

La sala o morte

L’edizione 71 del Festival di Cannes infatti non avrà prodotti Netflix, Amazon & Co. in concorso, Thierry Fremaux e il suo staff lo hanno deciso in maniera insindacabile, dichiarando come il vero cinema “da competizione” possa vivere soltanto su grande schermo, non in televisione. Ogni prodotto di passaggio sulla croisette dovrà dunque avere necessariamente una distribuzione cinematografica classica, pena l’esclusione dalla selezione. Netflix e le altre piattaforme online potranno presentare nuovi film in Costa Azzurra tramite eventi Fuori Concorso, non vedranno però una Palma d’Oro neppure in sogno. Cannes dunque non ha preso con sportività il rifiuto di Netflix di portare Okja e The Meyerowitz Stories al cinema circa un anno fa e il nuovo regolamento è il risultato. Con l’edizione 70 il Festival aveva dimostrato un’apertura epocale, perfettamente al passo coi tempi, dimostratasi ora soltanto di facciata con la chiusura di tutte le porte e portoni – spingendoci dritti in prigione senza neppure passare dal Via.

Bisogno di insicurezza

Restano dunque una serie di domande irrisolte: i film nati per lo streaming sono di serie B rispetto ai prodotti da grande schermo? Cosa determina se un film merita la sala o la televisione? È il mezzo di fruizione che rende un prodotto qualitativamente superiore a un altro? I film girati in digitale e distribuiti tramite DCP sono autentico cinema rispetto alla pellicola? A rispondere penserà il tempo, di certo titoli come Annientamento – uscito al cinema negli USA e direttamente in streaming in Europa – confermano come i due mondi possano e debbano collaborare, “sfruttarsi” a vicenda per sostenere l’intera industria.

Separare le due realtà, il grande schermo e internet, per sterili guerre di quartiere può solo che peggiorare l’esperienza finale, danneggiando distributori e utenti, sballottati da una parte e dall’altra senza particolari motivi. Il Festival di Cannes potrebbe essere la prima istituzione a pagare la troppa presunzione: sono molti i giornalisti che, dopo le ultime modifiche al regolamento, non presenzieranno l’edizione in arrivo, mentre tanti altri che andranno lo faranno con un accenno di malumore e diffidenza. Anche le grandi piattaforme streaming potrebbero manifestare il loro dissenso andando altrove, scelta che a livello mediatico potrebbe segnare un punto di svolta. In psicologia, essere troppo sicuri di se stessi espone a inutili pericoli, tanto che gli esperti parlano di un “bisogno dell’insicurezza”; il Festival di Cannes è quantomeno avvisato.

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