Margot Robbie come non l’avete mai vista

A quanto pare i migliori biopic sono quelli sugli atleti olimpionici, e più precisamente dedicati agli atleti degli sport invernali. Sorprendendo un po’ tutti per il mix di ironia e ricercatezza nella regia e nei toni, ce lo aveva già dimostrato l’anno scorso il bellissimo Eddie the Eagle di Dexter Fletcher, che raccontava la storia dell’impavido e ingenuotto Eddie Edwards, e adesso ci pensa questo incredibile I, Tonya di Craig Gillespie a rincarare la dose di qualità e interesse per quanto riguarda i progetti biografici. Forse il trucco è partire innanzitutto da una base solida, intesa in questo contesto come un personaggio passato agli annali per aver realizzato qualcosa di grande all’interno di un difficile contesto sociale, magari anche familiare, così che ci sia effettivamente qualcosa di sostanzioso da raccontare. E se prendiamo questi due differenti ma assolutamente affascinanti atleti, vediamo che, anche se in modo quasi opposto, sono cresciuti in un nido casalingo che ha formato le loro personalità e la loro determinazione, portandoli entrambi lontano come outsider, chi in modo positivo chi no. Purtroppo, nel caso storico della Harding si tratta della seconda opzione, dato che la sua involontaria capacità di autodistruzione come donna e persona superò di gran lunga il suo talento, rendendo le sue scelte le peggiori nemiche possibili e trascinandola nel vortice mediatico dovuto a uno degli scandali sportivi più grandi di tutti i tempi.

Essere amati un solo minuto

L’assurdità degli eventi delle Olimpiadi del ’94 è da ricercare in toto nella vita povera e disastrata della Harding, che comunque – ed è necessario sottolinearlo – Gillespie ci presenta come vittima, tratteggiandone virtù, vizi e contraddizioni. Nata, cresciuta e allenatasi nell’Oregon, la stessa pattinatrice non ha mai tentato neanche per un secondo di nascondere le sue origini contadine, da redneck, mostrandosi anche pubblicamente molto spesso in modo trasandato. Parte di questo suo menefreghismo consapevole era dovuto soprattutto alla madre, LaVona Harding, che notando il talento della figlia la spronò sin dalla più tenera età ad allenarsi e coltivare prima di tutto le sue capacità. Il problema era che la perfida donna non pensava minimamente al benessere psico-fisico della bambina poi divenuta adolescente, sfruttando il suo grande ascendente per continue violenze psicologiche trasformatesi molte volte anche in vere e proprie aggressioni fisiche. Tonya era sempre spinta a migliorarsi, a ricercare la perfezione e mai il perfettibile, vedendo tutte le colleghe come rivali e non come amiche. Data l’importanza di LaVona nello sviluppo caratteriale della ragazza, in I, Tonya molto spazio viene dedicato anche ai suoi bruschi modi educativi e alla sua totale incompetenza come madre, il tutto rappresentato da una stupefacente Allison Janney in odore di Oscar. In un ambiente fatto di ignoranza e inconsapevolezza, la morale era continuamente calpestata dalla ricerca del successo a tutti i costi, per evadere da una prigione di abusi e violenze, dato che anche lo storico ragazzo, Jeff Gillooly, alzava spesso le mani sulla Harding, nonostante poi apparisse come un tipo mite e introverso. E un Sebastian Stan baffuto e a tratti inquietante è riuscito a trasporre queste caratteristiche in modo davvero essenziale, per un ruolo calzante e forse il suo migliore finora. Tonya fu comunque la prima pattinatrice americana ad eseguire un perfetto Triplo Axel, il salto più difficile in questo sport, e inizialmente passò alla storia proprio per questo. Fu purtroppo amata solo per un brevissimo lasso tempo, “un fugace minuto“, prima di essere odiata per lo scandalo dell’incidente di Nancy Kerrigan, segnante sia per la sua vita privata che per la carriera nel pattinaggio.

Vittime e carnefici

Il film di Gillespie si apre con un appunto importante, e cioè che il biopic si basa nella sua interezza su “interviste contraddittorie” fatte ai protagonisti della vicenda. Nel corso di una narrazione che alterna ricostruzioni di confessioni e storia biografica tradizionale, il regista racconta il punto di vista di ogni persona coinvolta nella vicenda e nella vita di Tonya, mostrando un quadro davvero completo ed esaustivo sulla vicenda, anche se in parte romanzata data l’incertezza dei fatti avvenuti. Adattando il dramma reale a toni commediati, Gillespie riesce attraverso molti virtuosismi stilistici e una tecnica raffinata a sviscerare con chiarezza di intenti tutti i dubbi e le perplessità legate allo scandalo, andando a scavare a fondo nella travagliata esistenza della Harding, nella quale si sono ammassati per anni diversi carnefici, dalla madre al ragazzo fino alla stralunata “guardia del corpoShawn Eckhardt, forse il pezzo più allucinante di questo articolato puzzle. Nonostante la condanna della Harding, di Gillooly e di Eckhardt, infatti, non è ancora chiaro chi sia stato l’effettivo mandante dell’uomo che ruppe il ginocchio della Kerrigan. Il fatto è che in un clima di tensione e di odio reiterato, tutti i protagonisti dell’incidente iniziarono a incolparsi a vicenda, rendendo difficile il compito di arrivare a un giudizio sano che punisse i reali artefici dell’atto. E i personaggi che compongono questa storia sono uno più assurdo dell’altro, tanto che nel corso del film si ride molto, di gusto e intelligentemente proprio per le vene comedy scelte dal regista e dallo sceneggiatore Steven Rogers.

Vivere con determinazione

Molti sono in conclusione i punti che rendono I, Tonya oltre che un grande biopic uno dei migliori film dell’anno, ma a spiccare su tutto e tutti è una grandiosa Margot Robbie nei panni della protagonista. Nascondendo sotto un trucco importante i suoi perfetti e bellissimi lineamenti, l’attrice è riuscita a calarsi perfettamente in una parte molto complessa, dove a venire fuori doveva essere soprattutto una forte determinazione. La Robbie è così stata capace di indossare i pattini della controversa atleta, sfigurando nell’aspetto ma entusiasmando finalmente nella recitazione, mai così potente e sentita.

Proprio come nelle scene dialogate, anche nelle sequenza di pattinaggio viene fuori tutta la grinta e la rabbia di una ragazza incompresa ma volenterosa che tentava di afferrare con i pugni e con i denti un successo secondo lei meritato. La regia di Gillespie dona inoltre a queste scene sui pattini un dinamismo e una profondità quasi da cinema action, coadiuvate egregiamente anche da una colonna sonora incredibile, che va dagli ZZTop a Never Break the Chain. Il risultato finale è senza dubbio un titolo ricco di entusiasmo e ricercatezza, che fa della commedia una delle armi principali per raccontare la determinazione di un donna che ha sempre combattuto per trovare il suo posto nel mondo, soffrendo e sputando sangue, cadendo ma riuscendo sempre a trovare la forza per rialzarsi.

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