Marseille: recensione della seconda stagione

Due anni fa era molto atteso il debutto di Marseille, la prima produzione originale di Netflix in lingua francese, che aveva dalla sua una premessa ricca di potenziale – intrighi politici alla House of Cards – e due star del cinema transalpino, Gérard Depardieu e Benoît Magimel, nei ruoli principali, il tutto con i paesaggi seducenti della città marittima del titolo come sfondo. Eppure è stato proprio il modello seriale americano a danneggiare in parte la prima stagione, segnata da una scrittura piuttosto sciatta e interpretazioni che, nonostante l’impegno del cast, soffrivano a ritmi alterni a causa del materiale a disposizione. A penalizzare ulteriormente l’operazione era la regia di Florent Siri, iperbolicamente citato nella sigla (quella sì molto suggestiva) come “creatore visivo” dello show e quindi artefice di un’impronta estetica che non si può che definire “televisiva” nell’accezione negativa del termine, anche nel momento teoricamente drammatico che doveva essere il cliffhanger finale, con Robert Taro (Depardieu) colto da un malore mentre cercava di sopravvivere alla battaglia politica contro l’ex-pupillo – e figlio illegittimo – Lucas Barrès (Magimel). È da lì che riparte il secondo ciclo, con il destino di Marsiglia conteso su più fronti, mentre i due uomini cercano di risolvere le tensioni personali accumulatesi nel corso degli anni.

Francia oggi

Marsiglia ha tre centri di potere: il municipio, il porto e lo stadio.” Così dice Barrès mentre il mondo della serie si espande, uscendo dal territorio limitato della rivalità politica fra due individui per cercare di restituire un ritratto completo di un’intera città, aspirando a un modello come The Wire. Si passa quindi al destino politico di tutta Marsiglia e, per associazione, della Francia, attraverso una storyline che evoca direttamente la situazione attuale, tra attentati terroristici – e l’idea di un luogo di svago, in questo caso lo stadio, come simbolo dell’unione del popolo – e l’ascesa di un partito di estrema destra, che non può non rimandare (anche per quanto riguarda la presunta cronologia della realizzazione degli episodi) a ciò che si sarebbe potuto verificare in caso avesse trionfato Marine Le Pen (non a caso la nuova presenza femminile, Jeanne Coste, ricorda in più modi la controversa candidata presidenziale). Ancora una volta, però, il tutto procede con grande piattezza, tra sviluppi psicologici scolpiti con l’accetta e colpi di scena che vogliono emulare le formule narrative statunitensi ignorando al contrario i vantaggi che potrebbe avere un approccio più strettamente europeo (d’altronde la serie è considerata un prodotto straniero girato in territorio francese, come precisa la menzione del tax credit nei titoli di coda).

Performance mastodontica

L’unica nota positiva maggiore è, a sorpresa, Depardieu, che dopo la stanchezza esibita due anni fa torna in pista con una grinta ammirevole, riuscendo a convincere nei panni di un uomo profondamente innamorato della sua città e del suo paese (pur essendo lo stesso attore da alcuni anni non più residente in Francia, e ora dotato di passaporto russo). La sua presenza scenica dà all’evoluzione prevedibile della trama un minimo di anima e quel poco che basta per spingere gli abbonati di Netflix a rimanere fedeli al sistema del binge-watching, avanzando lentamente verso l’unica conclusione possibile e la promessa di un ulteriore giro di complotti in un’eventuale terza stagione, ancora da confermare. Ma viene da chiedersi se, dopo quella che a tutti gli effetti è una storia completa, abbia veramente senso andare oltre con un prodotto che non sembra disposto a volersi creare un’identità propria.

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