nel mondo delle persone che contano

Ogni produzione che riguarda Paolo Sorrentino è anticipata da una crescente e spasmodica attesa. Probabilmente nessuna delle sue lavorazioni precedenti ha generato una tale atmosfera di curiosità come Loro, ambizioso progetto del regista napoletano sulla figura più controversa del panorama politico e sociale degli ultimi trent’anni italiani: Silvio Berlusconi. Nelle scorse settimane si vociferava di una presentazione al Festival di Cannes, poi smentita dalla lista di titoli annunciati sulla Croisette. Ad aumentare l’aspettativa sul film è arrivata la notizia della divisione in due del film. Un’opera corposa che vede in Loro 1 la prima parte, in uscita il 24 aprile nelle sale, e la seconda parte, Loro 2, prevista per il 10 maggio. Com’è inevitabile, Loro 1 costituisce semplicemente il primo atto di un film a cui manca il capitolo conclusivo, giocoforza l’analisi che ne faremo si basa su ciò che questo primo tempo dell’opera di Sorrentino ci ha offerto, in appena 104 minuti di visione.
Una visione che improvvisamente ci ha catapultati, di nuovo e dopo qualche anno d’attesa, nel climax ambiguo e stimolante del cinema di Paolo Sorrentino. Al pari della controparte registica, anche l’aspetto interpretativo alza ulteriormente la posta in palio rispetto al passato. Toni Servillo, impareggiabile menestrello del cinema sorrentiniano, aggiunge l’ennesima maschera alla propria galleria di personaggi carismatici e oscuri sul grande schermo.

Un primo atto diviso a metà

La frammentarietà sembra sia una caratteristica peculiare di questa nuova produzione del cineasta partenopeo. Loro 1 si presenta infatti come un’opera disomogenea e spartita in due blocchi. La narrazione risulta meno coesa rispetto ad altri suoi titoli del passato. Sorrentino ci presenta in primis un mondo greve e inetto, come le bestie che lo pullulano: bramosi faccendieri, politici viziosi e corrotti, donne arriviste e amorali. All’apparenza un circo lussurioso che richiama La Grande Bellezza decadente romana in una versione più estrema. Carnalità, sessualità, avarizia. Il cinema di Paolo Sorrentino è tangibile in ogni inquadratura. Negli sguardi languidi, nelle ombre che celano figure, bassezze, favori e ricatti. “Tutto documentato. Tutto arbitrario” come recita la citazione di Giorgio Manganelli che apre il film. Non tutto in realtà funziona in questa prima carrellata di sequenze iniziali.
Qualche inciampo qua e là, taluni ridondanze e manierismi che macchiano saltuariamente il focus del regista. All’apparenza nulla di nuovo viene mostrato agli occhi dello spettatore. Seppur l’impianto costruito da Sorrentino sia ispirato alla realtà, ciò che ci propone non è che una mera versione romanzata, un reportage di finzione, un collage di verità mescolate a falsità. Di falsità raccontate come verità.
Nomi di fantasia fanno sfoggio di costumi del vivere quotidiano, spaccato di un potere che aleggia nell’aria. Evocato, inseguito, accarezzato in una stanza al neon, atteso come lo squillo improvviso di un telefono, come l’amore libero di un festino in piscina fra alcol e droga. Riccardo Scamarcio, in un personaggio smanioso di successo e affine alla figura reale di Gianpaolo Tarantini, è efficace nelle vesti di un procacciatore di ragazze, mentre Sergio Morra cerca di evadere dal provincialismo pugliese per arrivare a colui che conta.
Sublime la performance di Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del ministro Santino Recchia, simbolo dell’avida corruzione politica, emblema doppiogiochista e vittima dei suoi stessi vizi. Il film viaggia su binari avviati. Poi entra Lui, il Presidente. Si prende la scena, toglie le chiavi al conducente delle danze. Relega ai margini “loro” per prendersi lui il palcoscenico della seconda parte.

Toni di Berlusconi

Nelle note di regia, Paolo Sorrentino approfondisce la sua visione di Silvio Berlusconi. Specifica l’interesse centrale verso l’uomo e marginale verso il politico. Come una matrioska, il film si scompone in continuazione. L’entità del potere, solamente percepita nella prima parte di questo volume originario del dittico berlusconiano, viene palesata e concretizzata nel secondo atto. Il sorriso compiaciuto e consapevole del Silvio di Toni Servillo è la tangibilità del potere. Lui, Berlusconi. L’amatore per eccellenza, l’istrionico personaggio dalla battuta pronta, vecchia o volgarotta che sia: “Non ho niente contro gli omosessuali, un 25 per cento di me è gay solo che è lesbica”, è mattatore in casa sua. Siamo nel periodo compreso tra il 2006 e il 2010. Berlusconi è nella sua villa in Sardegna insieme alla moglie Veronica Lario (Elena Sofia Ricci).
Sorrentino esplicita le differenze di personalità della coppia; da una parte la consorte annoiata, avida lettrice di Saramago, interessata alla letteratura e alla cultura, elementi alla base della sua crescita. Dall’altra il pragmatismo maniacale del marito che non si rassegna al rifiuto di un calciatore, reo di preferire la Juventus di quell’Avvocato che “non si è fatto da solo come me”, al suo ricco contratto stilato per convincerlo a vestire la maglia del Milan.
A dieci anni di distanza dalla magnifica interpretazione di Giulio Andreotti ne Il divo, Toni Servillo evita le incredibili difficoltà di ricreare una propria versione del Cavaliere che non cada vittima di una mimesi macchiettistica, regalando una performance invidiabile.
Dai dettagli quasi impercettibili e calibrati nell’interpretazione di Andreotti, all’evidenza scenica di un personaggio che passeggia per il prato della sua villa insieme al fido Apicella intonando una canzone per la moglie. E per sé stesso. Loro 1 decolla con maggior convinzione in questa seconda parte, dove Sorrentino si serve dei cliché arcinoti del personaggio Silvio Berlusconi senza prendersi mai sul serio e mantenendo un equilibrio che fin qui regge abbastanza bene alla distanza, tra sberleffi, colpi di scena e qualche sequenza memorabile.

Conclusioni dal finale incompleto

Il discorso rimane incompleto. Manca ancora buona parte della piéce per poter imbastire un giudizio critico compiuto, com’è ovvio che sia. Loro 1 è l’anticipazione di quella conclusione che potremo vedere solo tra qualche settimana. Un’antipasto che non impedisce al film di essere già al centro di dibattiti, analisi, discussioni. Un’opera affascinante e promettente in relazione a ciò che potremo vedere in Loro 2.
Esempio efficace dell’immaginario sorrentiniano, Loro 1 è il degno incipit di un’opera che, al completo, potrebbe rivelarsi un altro importante tassello nella filmografia di un cineasta audace. Un regista conscio della propria idea di cinema e del proprio sguardo sul mondo e i suoi bizzarri personaggi da cui esso è popolato. Da “loro”, per l’appunto. Tra ossessioni, desideri e meschinità.

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