Orbita 9, la recensione del film sci-fi originale disponibile su Netflix

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Helena non ha mai conosciuto nessuno oltre ai suoi genitori, che l’hanno abbandonata da ben tre anni lasciandola in completo isolamento. In Orbita 9 la ragazza infatti è nata e cresciuta su una navicella spaziale diretta verso la colonia di Celeste, luogo considerato abitabile dopo che il pianeta Terra è andato progressivamente verso la propria fine, e il padre e la madre si sono sacrificati al fine di conservarle la quantità di ossigeno necessario per giungere a destinazione. Un giorno sull’astronave attracca l’ingegnere Álex, contattato mesi prima tramite un messaggio di SOS, al fine di ripristinare alcuni parametri vitali e controllare il sistema computerizzato che gestisce l’abitacolo, e l’incontro tra i due genera una serie di eventi durante i quali Helena scoprirà di più sul mistero inerente la propria esistenza.

Tra terra e cielo

Inutile dire come il cliffhanger avente luogo già a pochi minuti dall’inizio dei novanta minuti di visione rivoluzioni totalmente le coordinate di questa produzione sci-fi low budget di provenienza spagnola, i cui diritti sono stati acquisiti in esclusiva da Netflix. L’esordio dietro la macchina da presa di Hatem Khraiche, anche autore dello script, guarda a tanta fantascienza recente e suddetto colpo di scena riporta alla mente quello di una sottovalutata miniserie televisiva quale Ascension (2014), ma nel procedere della narrazione emergono anche echi di altri titoli recenti come Lo spazio che ci unisce (2016) e Passengers (2016). Più che sulla componente di puro genere Orbita 9 si concentra perciò sui risvolti umani inerenti il rapporto tra i due protagonisti al centro di una love-story evolvente in un impianto inizialmente mystery ma ben presto crudelmente verosimile pur in contesto di un prossimo futuro, con il mondo che conosciamo che si sta inesorabilmente deteriorando e precauzioni di ogni sorta atte a sfruttare i più deboli pur di ottenere un risultato utile all’umanità intera. Ecco così che si espletano messaggi ecologisti e dubbi etici (con la clonazione a far capolino in uno dei passaggi clou) e istinti action thriller dosati con una certa suspense, ma allo stesso tempo la sceneggiatura si perde in tempi morti e forzature che rendono il tutto vagamente banale e prevedibile, finale incluso. Clara Lago e Álex González fanno il loro senza infamia e senza lode assoggettati comunque a due personaggi il cui destino pare già scritto sin dai primi istanti.

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