Perché Legion non è il ‘solito’ serial di supereroi

Dal 3 aprile è in onda sugli schermi americani – e dal 4 in Italia – la seconda stagione di Legion, la serie targata FX che lo showrunner e produttore Noah Hawley ha tratto da fumetti della Marvel, per l’esattezza quelli dedicati agli X-Men. Si tratta infatti della prima serie televisiva con attori in carne e ossa a essere legata all’universo cinematografico dei mutanti (la seconda, The Gifted, ha esordito lo scorso autunno), nonché di uno dei tanti esponenti del filone supereroistico sul piccolo schermo: la Casa delle Idee è attualmente all’origine di ben otto progetti in corso, da Agents of S.H.I.E.L.D. a Daredevil, mentre la DC Comics è presente in formato catodico tramite prodotti come Gotham, Arrow e Krypton (senza contare adattamenti di fumetti che con i supereroi non c’entrano, come Lucifer e Preacher). Di tutti questi Legion è forse il più singolare, il più atipico, il prodotto che più di ogni altro mostra un punto di vista veramente inedito sulla questione degli individui con grandi poteri e grandi responsabilità sul piccolo schermo. Eccone i motivi.

Personalità in conflitto

Alla base del fascino di Legion c’è il suo protagonista, David Haller (Dan Stevens), ed è lui il vero motivo per cui la serie esiste: Hawley, dopo aver rifiutato un primo soggetto seriale degli X-Men basato sul Club Infernale, ha preferito scegliere il tema che gli interessava affrontare, nello specifico le malattie mentali, e solo in un secondo tempo identificare i personaggi da usare. E per parlare di disturbi della psiche Haller è senz’altro il candidato ideale: segnato da vari traumi infantili e affetto da schizofrenia, è uno dei mutanti più potenti del pianeta (merito anche del suo essere figlio di Charles Xavier), ma ciascuno dei suoi poteri – telepatia, telecinesi, pirocinesi, teletrasporto e chi più ne ha più ne metta – è gestito da una personalità diversa. Egli è pertanto un personaggio difficile da classificare nella distinzione tra buoni e cattivi (uno dei suoi piani per rendere più facile la vita dei mutanti portò accidentalmente alla morte di Xavier, creando la realtà parallela nota come l’Era di Apocalisse), problema di cui lui stesso è consapevole, avendo cercato nei fumetti di rimuoversi dalla realtà stessa, azione che ha ulteriormente complicato le cose generando l’ennesima personalità che combatte per il controllo del corpo di David. Nella serie dobbiamo ancora assistere al pieno potenziale delle abilità di Haller, ma già adesso il suo statuto da antieroe lo rende una figura molto diversa da tutti gli altri protagonisti delle serie Marvel e DC.

Un mondo particolare

La schizofrenia di David influenza la sua visione del mondo, che il serial traduce a livello iconografico collocando l’azione in un mondo volutamente anacronistico, dove elementi estetici degli anni Sessanta – il decennio in cui Stan Lee ha creato gli X-Men – coesistono con tecnologie più moderne (il miscuglio di ere si nota anche nella componente citazionistica, che attinge a piene mani da svariati decenni). Questo dà vita a una struttura narrativa che devia dalla classica formula supereroistica, anche all’interno di un franchise aperto alle variazioni come quello dei mutanti. La persecuzione degli individui con capacità fuori dal comune e lo scontro tra bene e male sono secondari rispetto al conflitto interiore che caratterizza la mente di David, la cui confusione al cospetto del mondo in cui vive corrisponde perfettamente a quella del pubblico. Certo, alcuni cattivi tradizionali ci sono, come il famigerato Re delle Ombre, ma la vera minaccia rimane all’interno della mente frantumata di Haller.

Franchise? Quale franchise?

Mentre le serie TV del Marvel Cinematic Universe sono spesso criticate dai fan per l’assenza di collegamenti sostanziosi con i film (un elemento dovuto alle tempistiche produttive nettamente diverse per i lungometraggi cinematografici e le produzioni seriali per il piccolo schermo), le due serie legate agli X-Men hanno elegantemente evitato questo problema sfruttando un escamotage introdotto in Giorni di un futuro passato: le realtà alternative. The Gifted, pur ricollegandosi esteticamente alla saga principale, complice la regia di Singer, è ambientato in un mondo dove gli allievi di Xavier sono assenti, mentre Legion è ambientato in un universo tutto suo, il che consente a Hawley di concentrarsi sulla questione principale – l’esistenza tormentata di David – senza preoccuparsi di rimandi vari alla continuity dei film. L’unico collegamento “diretto”, nato più da necessità pratiche, è l’uso della sedia a rotelle vista in X-Men: Apocalisse per alludere al rapporto di parentela tra Haller e Xavier, e non ci sono messaggi nascosti dietro quella scelta: qualora il genitore di David dovesse apparire nella serie, in teoria non avrà le fattezze di James McAvoy, né tantomeno di Patrick Stewart (sebbene questi abbia dichiarato di essere interessato e disponibile).

Il network giusto

L’ultimo elemento che contraddistingue Legion è il canale che lo trasmette in patria, indicatore maggiore della volontà di dare allo show un’identità propria e forte. Le altre serie Marvel, infatti, sono in mano a network tradizionali (ABC e Fox) o servizi di streaming (Hulu e Netflix), dove vigono certe regole legate alla serialità, a prescindere da qualsiasi tipo di censura presente o assente (per i programmi su Netflix la Marvel impone comunque l’abolizione di nudi espliciti e di certe parolacce). Legion è invece uno dei parti creativi della FX, canale basic cable (nel senso che, a differenza di emittenti come HBO e Showtime, fa parte di un pacchetto via cavo predefinito e non necessita di un abbonamento apposito) che più di ogni altro ha fatto della diversificazione il proprio marchio di fabbrica: dal poliziesco a tinte forti The Shield al dramma spionistico The Americans, passando per l’antologia del brivido American Horror Story e il mondo stralunato di Fargo (senza dimenticare commedie come Better Things e Atlanta), FX è un contenitore di materiale variegato e sorprendente, e quindi la dimora ideale per un serial che sulla carta appartiene a un determinato genere ma in realtà esiste in una dimensione tutta sua.

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