prime impressioni sulla serie di Danny Boyle

Ci sono storie che esercitano un fascino indescrivibile, che le rende non solo in qualche modo immortali, ma anche soggetti privilegiati per chi, facendo arte, ha l’ambizione di descrivere il nostro mondo. Sono eventi che colpiscono in un modo o nell’altro il cuore del popolo, che appassionano, spaventano, uniscono o dividono. Non per forza catastrofi globali, ma anche eventi privati la cui risonanza mediatica è tale da renderli indelebili. Tra questi il rapimento di John Paul Getty III (nipote del magnate del petrolio John P. Getty) fece sicuramente scalpore, tanto da aver ispirato due progetti paralleli che casualmente si sono ritrovati a esaminare il fatto a distanza di pochi mesi. Se dicembre è stato il momento di Ridley Scott, con il suo Tutti i soldi del mondo, chiacchieratissimo più per il caso Spacey che per la sua riuscita, adesso è il turno di un altro big del cinema internazionale, Danny Boyle, che per l’occasione si è lanciato nel per lui inedito mondo della serialità televisiva. Dopo il suo debutto pochi giorni fa in America sul canale FX, è pronto a sbarcare anche da noi in Italia Trust, in onda dal 28 marzo su Sky Atlantic.

Money, get away

Scritto da Simon Beaufoy e diretto per i primi tre episodi dallo stesso Boyle, la serie si vuole presentare fin da subito come un racconto cool, che fa della qualità stilistica e di una grande recitazione i suoi marchi di fabbrica. Sulle note di Money dei Pink Floyd, il pilot si apre con un party da ricconi che in grande stile si conclude nel più drammatico e grottesco dei modi, il suicidio di George Getty con un forcone da barbecue. Stacco. Sutton Place, la reggia del miliardario magnate del petrolio John Paul Getty (Donald Sutherland), impegnato a farsi vestire dal suo maggiordomo. È il primo degli assurdi vizi che ci introducono al capo di una delle famiglie più ricche del pianeta. Algido, pragmatico, circondato dalle sue quattro fidanzate, dubbioso riguardo le capacità di Shakespeare, pronto a risolvere le questioni riguardanti la morte del figlio e le conseguenti pretese degli altri eredi. A rompere questo clima di meccanica rigidità è l’arrivo del nipote, John Paul Getty III, direttamente da Roma. Interpretato da Harris Dickinson, il ragazzo è un esile e scanzonato hippie, assolutamente fuori contesto, e pronto a prendere tutte le attenzioni del nonno, che vede nel nipote l’erede ideale. Ben presto si scopre che il giovane ha debiti di droga ed è tornato in famiglia esclusivamente per cercare soldi. Da qui il ritorno a Roma, e quello che sarà il rapimento, accennato in chiusura di episodio, lasciando intendere quello che potrebbe essere un atto volontario del ragazzo, chissà per quale scopo.

Giovani e vecchi

La situazione nell’episodio pilota ci è appena accennata, non va direttamente sul rapimento e mira soprattutto a presentarci quelli che saranno i protagonisti della vicenda. Rispetto al film di Scott, con cui inevitabili sono i confronti, l’obiettivo sembra non solo quello di raccontare il rapimento e tratteggiare la figura del vecchio magnate, ma darci uno sguardo su tutta la famiglia, soffermandosi maggiormente sul giovane erede. Quello che balza all’occhio è lo stile inconfondibile di Boyle: frenetico, dal ritmo serrato, fa di una messa in scena a tratti esagerata e tragicomica dei punti di forza. Tra movimenti di macchina audaci e una accattivante colonna sonora si mette in piedi un conflitto generazionale che vede nel contrasto tra l’austerità del nonno e la frivolezza del nipote i punti essenziali della vicenda. Insomma, dopo il primo episodio si può dire che Trust intrattiene, diverte ed è ottimamente interpretato, tutti punti che possono evitare di creare una sensazione di già visto, a dispetto della vicinanza con un’altra sullo stesso tema.

Fonte Notizia