prime impressioni sulla serie Netflix

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Era il lontano 1965 quando per la prima volta la famiglia Robinson affrontò le sue mille peripezie nello spazio. Lost in Space era in bianco e nero, molto amichevole e poco conosciuta fuori dagli USA, dove invece è stata oggetto di culto e grande amore. Più conosciuta dalle nostre parti è forse l’omonima trasposizione cinematografica del 1998, quella con William Hurt e Gary Oldman, versione più matura e fortemente influenzata dai survival spaziali, che tante volte ha intrattenuto i nostri pomeriggi su Italia 1. A vent’anni dal film di Stephen Hopkins, Netflix ha deciso di riprendere in mano il concept per crearne un remake al passo con la serialità contemporanea, andando inoltre ad aggiungere un nuovo tassello a quella che sulla piattaforma streaming è una sempre più vasta collezione di titoli sci-fi. È disponibile dal 13 aprile con tutti i suoi dieci episodi Lost in Space, di cui vi diamo le nostre prime impressioni dopo il pilot, in attesa della recensione completa.

Mamma, mi sono riperso nello spazio

Di cosa parli Lost in Space non è certo un segreto. Il pianeta terra è in uno stadio di forte criticità che l’ha reso di fatto invivibile, e sono quindi state inaugurate delle missioni di colonizzazione per poter trovare una nuova casa in grado di ospitare l’umanità. I Robinson, a bordo della loro Jupiter-2, fanno parte di questa missione di esplorazione finché un improvviso malfunzionamento della loro navicella non li costringe al “naufragio” su un pianeta sconosciuto. Il remake di Matt Sazama and Burk Sharpless parte e si fonda esattamente su quello che è oramai il canone di Lost in Space, cercando però di adeguare il concept agli standard televisivi attuali. Si parte dal momento dello schianto, ma cercando di dare maggiore complessità alla struttura si alterna fin da subito la vicenda principale a sequenze flashback che spieghino un po’ il passato di ciascun membro della famiglia, oltre a darci una panoramica sulle motivazioni di una missione coloniale. Inevitabile un rimando a Lost, del quale si cerca di assorbire anche uno spirito survival, la creazione di una tensione, di un senso di pericolo reale.

Drammi spaziali

Quello che emerge è lo spirito della serie, che senza distanziarsi troppo dall’originale si propone come un family drama dal sapore spaziale, senza troppe pretese se non quelle di intrattenere. Ci sarà spazio per colpi di scena, che già nel primo episodio assaggiamo, così come per un approfondimento psicologico dei membri della famiglia, ma l’impressione è quella di trovarsi di fronte a una serie standard, priva di picchi creativi o soluzioni particolarmente originali. Anche sul versante tecnico non stupisce, con sì un impatto generalmente buono, basato su un buon uso di paesaggi a effetto e CGI, ma che è ben lontano dai livelli di eccellenza a cui siamo ormai abituati, e che dà l’impressione di un certo tipo di serialità un po’ stantia, sia per regia che per fotografia. Il plot sicuramente intrattiene, e può anche appassionare, ma le premesse ci dicono che ancora una volta Netflix e il genere sci-fi non vanno d’accordissimo, proponendo l’ennesimo compitino divertente ma poco rilevante.

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