prime impressioni sulla terza stagione

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Showtime è sempre stata un’emittente un po’ fuori dagli schemi: la continua ricerca di strade controverse o poco battute è la sua natura, l’inclinazione a sperimentazioni di vario genere un hobby insostituibile. Ma sicuramente Billions è stato un azzardo inaspettato per chiunque, anche per la casa che ha sfornato Californication, Dexter e Masters Of Sex. Se poi a guidarla vengono posti due attori di gran calibro come Paul Giamatti e Damian Lewis, cui si affianca un’interprete straordinaria e raramente decantata come Maggie Siff, allora è impossibile non destare l’interesse generale. Billions è unica perché, molto banalmente, non è mai esistita una serie incentrata sul mondo dell’alta finanza, così protagonista da costringere l’ingenuo spettatore a compiere ricerche su ricerche a ogni episodio, anche solo per comprendere l’argomento di conversazione. Un fallimento colossale, destinato alla cancellazione dopo un paio di puntate proprio a causa della sua astrusità: questo era il pensiero comune dopo la premiere. Sono passati poco più di due anni da allora e ci troviamo davanti alla terza stagione della travolgente e martellante partita a scacchi tra il procuratore distrettuale Chuck Rhoades e il miliardario nonché genio della finanza Robert Axelrod. Showtime ha giocato e vinto, ancora una volta.

Dov’eravamo rimasti?

La seconda stagione si era conclusa con la mossa vincente di Chuck (la folle risata alla buona riuscita del suo piano depravato rimarrà indelebile) e con Axelrod accusato di sabotaggio e manipolazione del mercato, il tutto condito da un rinnovato e magistrale confronto faccia a faccia tra i due scacchisti nel season finale, ormai un marchio di fabbrica della serie. Adesso si devono affrontare le immediate conseguenze, un modo perfetto e narrativamente coerente per far riprendere placidamente confidenza allo spettatore nei confronti di uno show tanto affascinante quanto articolato. Chuck deve trovare il bandolo di una matassa estremamente delicata: non può attivamente far parte del caso Axelrod causa conflitto di interessi, dato l’impiego della moglie Wendy come psichiatra proprio all’interno della compagnia del rivale, ma non intende nemmeno mollarlo ora che la preda è sanguinante e a portata di mano; inoltre c’è da ricostruire il rapporto con la stessa Wendy in seguito al tradimento della sua fiducia e privacy professionale, e infine non bisogna dimenticare la sua nomina a governatore dello stato di New York.

Axelrod, d’altro canto, è costretto ad affrontare di petto una causa decisamente tenace contro la sua persona e il suo operato e, di conseguenza, non è nella posizione di gestire il suo fondo speculativo, dove ogni minuto in più passato senza capitali da investire acuisce una situazione di dramma pronta a conflagrare. Non ha il supporto della sua famiglia, i fondi sono congelati, è un animale ferito in gabbia senza autocontrollo, apparentemente impreparato a sacrificare il necessario per sopravvivere.

Una geniale intuizione

Uno degli aspetti più intriganti di questa terza stagione è la paradossale condizione di impotenza in cui vessano i due grandi contendenti. Per vie legali, nessuno dei due può muovere i pezzi sulla scacchiera, che siano pedoni, alfieri o regine… o almeno non direttamente. Il trucco è tutto qui, semplice e banale eppure tremendamente efficace. Gli sceneggiatori hanno avuto l’accortezza di comprendere il deperimento di alcune tematiche e discussioni ricorrenti, ormai divenute stantie nel loro riproporsi ciclicamente, che avrebbero potuto far sopraggiungere presto noia e una sensazione di immobilismo. Questa volta avremo a che fare con due abili e irruenti burattinai, nascosti nell’ombra mentre tessono le fila delle nuove e malleabili marionette che verseranno il sangue per conto loro. Uno dei volti fondamentali sarà certamente Taylor (Asia Kate Dillon), personaggio entrato già nella storia per essere la prima personalità di genere non-binario (ovvero che non si riconosce nel binarismo uomo/donna) nella televisione americana, stella nascente alla Axe Capital, nominato addirittura CIO, chief investment officer, della compagnia.

Da non sottovalutare il collaboratore storico di Chuck, Bryan (Toby Leonard Moore), alla sua grande occasione per brillare e distinguersi in un caso mastodontico, ora più che mai deciso ad abbattere un gigante dopo i tentennamenti e gli assillanti dubbi della passata stagione. Un ricambio non limitato alle sole figure di Taylor e Bryan e che testimonia la ventata di aria fresca di cui forse Billions non aveva ancora impellente bisogno, ma che apre inedite e potenzialmente entusiasmanti possibilità narrative a una serie pronta alla definitiva consacrazione nell’olimpo della serialità. Che sia l’anno giusto?

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