Puoi baciare lo sposo, recensione del film con Salvatore Esposito

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La storia dei diritti civili è certamente costellata di tanta sofferenza, di momenti bui impossibili da dimenticare come di grandi vittorie, verso qualsiasi parte del mondo si guardi. In Italia abbiamo vissuto sulla nostra pelle (o almeno quella dei nostri nonni e bisnonni) vergognose leggi razziali, abbiamo assistito feroci battaglie sul divorzio e l’aborto, mentre negli ultimi anni l’attenzione si è fermata soprattutto sui movimenti LGBT, che chiedono a gran voce – e sicuramente a ragione – pari diritti per tutti i gay, le lesbiche, i bisessuali e i transgender. Di passi in avanti se ne sono sicuramente fatti negli ultimi trent’anni, molti argomenti del mondo LGBT però sono obiettivamente ancora dei tabù, sia nel generale che nel particolare, in molte famiglie italiane, all’interno delle quali molti genitori non sono ancora abbastanza aperti a rispettare voglie e desideri dei propri figli. Proprio su questo si focalizza Alessandro Genovesi e la sua ultima fatica Puoi Baciare Lo Sposo, che con estrema ironia tenta di scavalcare le mura del pregiudizio che ancora campeggiano nel nostro Paese.

Un matrimonio complicato

Antonio e Paolo sono due ragazzi italiani che vivono a Berlino, città oggi famosa proprio per la sua apertura mentale, la sua libertà sfrenata a proposito di qualsiasi tema. Una capitale in cui la sessualità di ognuno ha poca importanza, dove gay, lesbiche e transgender possono vivere serenamente. Non è un caso che i due ragazzi vivano tranquillamente insieme e anzi decidano di convolare a nozze, per mettere non solo un sigillo sul loro amore, anche per ottenere tutti quei diritti riservati di natura – da sempre – alle coppie eterosessuali. C’è un solo “problema”, un piccolo ma rigido bastone fra le loro ruote: vogliono sposarsi in Italia, a casa loro, non in terra straniera. La loro situazione familiare però è alquanto complicata, Paolo, napoletano verace, ha confessato tutto a sua madre che ora non gli rivolge più la parola da anni, Antonio invece non ha ancora detto nulla ai suoi, che vivono nella suggestiva Civita di Bagnoregio. Una realtà esattamente all’opposto rispetto a una città come Berlino, minuscola, chiusa, con un sindaco che predica bene a proposito dell’accoglienza e dell’uguaglianza di tutti ma che razzola malissimo, quando si tratta di accettare e accogliere la sua stessa famiglia. Il sindaco Roberto è infatti il padre di Antonio, che scoprirà in maniera brusca l’omosessualità del figlio e la sua volontà di sposarsi con un altro uomo.

Predicare bene e razzolare male

Su questo espediente narrativo si fonda Puoi Baciare Lo Sposo, commedia dai toni ultraleggeri che parla però a cuore aperto di temi “scomodi” per molti, per tutte quelle persone che sono aperte e disponibili quando si tratta di parlare, ma che poi quando è il momento di agire si bloccano e non riescono a mettere in pratica nulla. Roberto, impersonato da un sanguigno Diego Abatantuono, si trova esattamente in questo stato di immobilità dopo una vita politica passata a professare buone parole per tutti. Un atteggiamento di chiusura che non solo sbatte le porte in faccia a un figlio, ma mette seriamente a rischio un matrimonio solido. Anna, Monica Guerritore nei panni di una madre sensibile e combattiva, riesce infatti ad andare oltre qualsiasi pregiudizio e a supportare a 360 gradi il proprio figlio. Fra i due coniugi nasce una piccola guerra dei Roses che aggiunge pepe alla narrazione, rendendo i 90 minuti di visione gradevoli e leggeri. Pur nella sua estrema semplicità, Puoi Baciare Lo Sposo ha delle idee molto precise e sa come raccontarle, sfruttando a dovere i suoi numerosi personaggi e rappresentando – con buoni stratagemmi di sceneggiatura – ogni tipo di amore, oltre qualsivoglia etichetta.

Ci è sembrato di vedere Enzo Miccio

Un progetto ultra leggero dunque, forse anche troppo: la sceneggiatura infatti cade spesso in cliché banali e siparietti di dubbio gusto dal sapore un po’ “vecchio”. Inoltre la scrittura strizza l’occhio a un pubblico più televisivo che cinematografico, sia nel linguaggio che nell’inserimento di personaggi come Enzo Miccio nella parte di se stesso – incaricato di organizzare a dovere il grande matrimonio fra Antonio e Paolo. A proposito di protagonisti: ci aspettavamo sicuramente di più dai due promessi sposi, Cristiano Caccamo nelle vesti di Antonio esegue i compiti assegnati da Genovesi senza mai osare particolarmente, idem Salvatore Esposito, incastrato in un ruolo che poco si confà al suo fisico e alla sua verve. Grazie al suo talento da napoletano verace riesce comunque a divertire e a lasciare un segno leggero, le poche scene di peso e i dialoghi superficiali a lui riservati però non lo fanno brillare particolarmente. Ha certamente molte più possibilità Dino Abbrescia, pugliese DOC buttato fuori di casa soltanto perché ama vestirsi da donna di tanto in tanto; con Diego Abatantuono forma il vero duo comico del film, con l’attore milanese che recita con naturalezza e con tempi impeccabili. Buono anche il lavoro di Monica Guerritore, che come tante mamme italiane sa essere emozionante nel proteggere i figli dal mondo esterno.





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