Rampage e gli animali mutanti al cinema, da Godzilla a The Host

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È una fascinazione decisamente dura a morire quella per gli animali mutanti al cinema. Un guilty pleasure fatto di mostruosità e devastazione che torna, ciclicamente, a colpire, portando con sé un immaginario inevitabilmente legato ai nostri tempi, alle nostre paure e ai nostri più profondi sensi di colpa. Un viaggio che parte dal terrore nucleare degli anni cinquanta e arriva fino alle degenerazioni etiche e morali dei nostri giorni, facendosi specchio apocalittico – spesso e volentieri ai limiti del trash e del cattivo gusto – di un sentire tutt’altro che morto e sepolto. Proprio in occasione dell’uscita di Rampage -Furia animale, ennesima declinazione sul tema con Dwayne Johnson, ripercorriamo brevemente la storia di queste creature e, insieme, quella di un genere, nel bene e nel male, estremamente prolifico ed emblematico.

Terrore nucleare

Eccezion fatta per l’unicum costituito da un mostro decisamente atipico come il King Kong di Cooper e Schoedsack (1933), tutto può essere ricondotto agli anni cinquanta, gli anni della guerra fredda, della minaccia nucleare e dell’immenso potere autodistruttivo dell’uomo. È qui che, da una parte all’altra del globo, specie mutanti e terribili cominciano a proliferare, portando con loro morte e distruzione. Le formiche giganti di Assalto alla Terra (1954), conseguenza dei primi test atomici americani in New Mexico, non sono così che il primo esempio di un filone fatto di b-movies e mostri atomici destinato a fare scuola e a protrarsi fino ai nostri giorni (da Tarantula ad Arac Attack, passando, persino, per gli omaggi animati e citazionisti di Lilo & Stitch). E se, tra L’invasione dei ragni giganti e La mantide omicida, gli insetti nuclearizzati paiono avere la meglio sul suolo statunitense, quasi contemporaneamente, nel Giappone post Hiroshima e Nagasaki, il mostro mutante acquista le sembianze iconiche e mastodontiche di Godzilla, inaugurando, a partire dal 1954, la fortunatissima era dei kaiju giapponesi (se ne ricorderà il Guillermo del Toro di Pacific Rim). L’essere preistorico risvegliato e reso gigantesco dalle radiazioni (nella versione americana del 1998 è, invece, un’iguana) diventerà il mostro distruttore per eccellenza, dando vita a una serie di seguiti, reboot e remake (l’ultimo dei quali del 2014, diretto da Gareth Edwards) destinati a imprimersi per sempre nel nostro immaginario collettivo.

Un fascino preistorico

Mentre queste creature mutanti, nei decenni successivi, continueranno (in versioni più o meno “de-nuclearizzate”) a occupare le sale, esaurendo, mano a mano, la propria carica sovversiva (Il mostro dei cieli, Komodo, Tremors, Cujo, Anaconda), una seconda ondata, che guarda esplicitamente al lucertolone nipponico ma si aggiorna alla propria contemporaneità – accantonando, ad esempio, le paure nucleari in favore dei nuovi dilemmi della genetica – si appresta a invadere le sale di tutto il mondo. Jurassic Park di Steven Spielberg, con tutti i suoi sequel e reboot annessi, traghetta così queste creature in una nuova era, tra clonazione e nostalgia per il passato (l’esplicito omaggio ai film di mostri giganti presente ne Il mondo perduto ne è l’esempio più lampante), facendo di quei dinosauri redivivi e mutanti – la cui sintesi perfetta sarà il geneticamente modificato Indominus Rex di Jurassic World – l’essenza stessa di un nuovo cinema fantastico e spettacolare, destinato a dar vita a una serie di numerosi (e spesso disastrosi) epigoni.

I nuovi mostri

Alle soglie del nuovo millennio, tra animali troppo cresciuti e mostri geneticamente modificati, paiono così l’accumulo, l’esagerazione e l’iperbole a condizionare l’estetica dei nuovi film del genere. E se, almeno nel circuito dei b-movie e dei film direct to video, pare l’Asylum, con i suoi squali volanti e i suoi mostri acquatici (non si contano nemmeno più i vari Mega Shark, Sharknado, Supercroc) a farla da padrone, in un trionfo trash e ludico sempre pronto a superare (in peggio) se stesso, il cinema orientale non sta a guardare, trovando nel sudcoreano Bong Joon-ho un regista particolarmente sensibile e attento a queste tematiche. The Host, trionfo di pubblico senza precedenti in patria, diviene così il nuovo prototipo di questo filone, facendo del suo disgustoso e temibile anfibio acquatico (una creatura mutatasi in seguito all’alto livello di inquinamento delle acque del fiume Han) il nuovo, spettacolare esempio di un cinema in continuo mutamento. Uno spettacolo dall’indubbia coscienza critica, legato, sì, alle logiche del blockbuster, ma capace, allo stesso tempo, di sfociare in quei dubbi etici e morali che lo stesso Joon-ho metterà successivamente in scena in un film come Okja. Fino a fare del “mostro” la vittima per eccellenza della crudeltà cieca e senza scrupoli dell’essere umano. Che Rampage abbia imparato la lezione?

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