Ready Player One: recensione del film di Steven Spielberg, tra realtà virtuale e nerd cultura

La gente viene su Oasis per tutto quello che si può fare, ma ci rimane per tutto quello che si può essere
 

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Immaginate una realtà virtuale dove i vostri sogni più nerd non siano più riposti in un angolo nascosto della vostra mente ma prendano vita, portandovi addirittura ad essere considerati dal punto di vista sociale. Immaginatevi di potervi accedere tra trent’anni con un avatar personale (vero o falso, puoi essere chi vuoi da te stesso a Batman in costume e Batmobile) e interagire con le persone in uno sterminato universo totalmente virtuale.
 Prendetene in considerazione le possibilità…e i pericoli!

Queste sono le premesse del romanzo del 2011 “Ready Player One” , libro che ha reso famoso il suo scrittore Ernest Cline e che ora arriva sul grande schermo con la regia di uno dei grandi creatori di sogni del cinema degli ultimi 30 anni: Steven Spielberg.

È un’enorme avventura tentacolare che collega due mondi completamente diversi” dice il regista, “Penso che Ernest Cline sia un visionario che ha descritto un futuro che in realtà non è così lontano dalla direzione che stiamo prendendo con l’evoluzione della realtà virtuale.

Curioso il destino visto che l’autore del romanzo è cresciuto proprio con i film di Spielberg e non solo, respirando a pieni polmoni quell’immaginario pop anni 70/80 che oggi vive un momento di forte ritorno nostalgico, ritorno di cui Cline è stato sicuramente antesignano.

Il film, come il romanzo, è ambientato nel 2045. In una realtà che fa ancora più schifo di quella di oggi, dove spadroneggiano fame, carestie e guerre, mentre la ricchezza è nelle mani di poche corporazioni costringendo il resto dell’umanità a vivere in residenze di fortuna che fanno sembrare le favelas brasiliane un resort di lusso.

Esiste però una via di fuga a tutto questo! Si chiama Oasis, un universo digitale dove si può andare ovunque, fare qualsiasi cosa, essere chiunque o qualunque cosa tu scelga di essere grazie a un semplice visore e un paio di guanti aptici. Questo luogo fantastico è stato creato dalla mente geniale ma iper nerdona di James Halliday, un luogo dove è possibile vivere fantastiche avventure attraverso il proprio avatar. Grazie a questa rivoluzione totale degli usi e costumi umani, tutti sono su Oasis scordandosi le loro tristi realtà dove si ritorna (a malincuore) solo per cibarsi e dormire.

L’eccentrico e ormai miliardario Halliday ha realizzato quindi il suo sogno, un luogo dove rifugiarsi dai mai graditi contatti sociali e poter essere il potente mago Anorak. La morte giunge però pure per lui e da qui inizia il film. Egli non lascia eredi e per accedere alle sue sterminate fortune il suo “io” virtuale lancia beffardamente un concorso tanto straordinario quanto folle: il primo che vincerà tre sfide, ognuna premiata con una chiave, per poi trovare un Easter egg nascosto da qualche parte all’interno di Oasis, erediterà tutto: le sue fortune e …Oasis stesso!

L’idea partorita da Cline è chiaramente ispirata alle pietre miliari della sua giovinezza: ” lo spunto iniziale mi venuto dal gioco Atari “Adventure”, che è stato il primo videogioco ad avere un Easter Egg. Il suo designer, Warren Robinett, aveva creato una stanza segreta nel gioco che al suo interno mostrava il suo nome. “È stata la prima volta che ho trovato qualcosa in un mondo virtuale, nascosto dal creatore di quel mondo. È stata un’esperienza che mi è rimasta impressa. Ero anche un gran fan delle opere di Roald Dahl, specialmente dei libri di Willy Wonka, e un giorno mi è venuta un’idea: e se Wonka fosse un designer di videogiochi invece di un produttore di dolci?

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La caccia è quindi aperta e lo scontro si fara’ forte tra le due fazioni principale dei “gunter” e della IOI. I primi sono gli spiriti liberi del web, che vogliono trovare l’egg per sfida, adorazione per Hallyday e, cosa non da poco, le prospettive di un cambiamento radicale di vita. La IOI (Innovative Online Industries) è una megamultinazionale arricchitasi grazie ad Oasis ma che vuole mettere le mani su di essa per poterla sfruttare totalmente dal punto di vista commerciale, in barba agli ideali anarcoidi del suo creatore. Tra i vari Gunter solitari ci sono pure i protagonisti, a cominciare da Wade Watts, la quintessenza del geek isolato nel mondo reale che vive solamente su Oasis, attraverso il suo avatar Parzival. Come ogni Gunter idolatra il creatore di Oasis, si rispecchia in lui e sogna di uscire dalla sua grigia realtà grazie alla gara. Egli ha un solo amico, Aech (mai conosciuto nel mondo reale), ma presto dovrà fare i conti con l’ingresso nella sua vita della indomita Art3mis, giovane piena di ideali, e di due coraggiosi ragazzi asiatici, Daito e Shoto.

E qui iniziano a sorgermi alcuni dubbi circa questo film. Nel libro questi ragazzi sono gli emarginati degli emarginati, dei disadattati che nel mondo virtuale trovano invece la loro vera dimensione. Nel film, complice la durata e la volontà di dare maggior spazio all’aspetto “fracassone”, tutto questo non emerge abbastanza e resta tutto in superficie evolvendosi in qualcosa di diverso, molto più simile a un teen movie fantascientifico. Chiariamoci, non è che il romanzo sia un capolavoro della narrativa, ha una prosa semplice, intuitiva e piena zeppa di citazioni, ma rende bene l’idea di un mondo virtuale come vera fuga da una realtà e da una società opprimente e deprimente. Oasis dona loro un mondo intero di opportunità e una religione atea quale quella legata al culto dello sfavillante mondo pop del suo creatore. Nel film, ripeto, tutto questo si smorza, diventando una scusa per un’ostentata esibizione di effetti speciali e su questi la storia viene modellata, allontanandola, in certi momenti in maniera piuttosto netta, dalla trama del romanzo. Tutto questo ci sta, trovo da sempre giusto che ogni media abbia il suo modo di proporre una storia, non limitandosi alla pedissequa riproposizione dell’originale. Sono però fondamentalmente convinto che poteva essere fatto un lavoro migliore per portarci all’interno di Oasis e farci rivivere le atmosfere del libro.

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Non mancano però i tanti, tantissimi omaggi al mondo nerd/geek. Ogni inquadratura è una sfida a trovarli, partendo da quelli più evidenti come la DeLorean del protagonista, arrivando a quelli nascosti e per veri intenditori, quei particolari che a un vero nerd fanno solleticare il palato (non ho potuto non sorridere al volantino elettorale del sindaco di colore apparso nel primo film di Ritorno al Futuro, fatto intravedere per un secondo nella officina di Aech). Omaggi a cui non possono essere sottratte le nostre tanto amate icone nipponiche, a partire dalla moto di Art3mis, quella del protagonista Kaneda nel film culto “Akira”, per passare al Gundam come al MechaGodzilla, sempre per ricordare quelli più evidenti. Ma è tutto un florilegio di mezzi, personaggi e armi del mondo dei cartoni, fumetti e film. Forse un po’ troppo frullato davanti a uno spettatore che rimane comunque a bocca aperta. Peccato anche per lo scarso uso di pezzi musicali anni ’80 di cui il libro era pregno. La colonna sonora del bravo Sorrenti sottolinea ottimamente i vari momenti del film ma sarebbe stato grandioso poterci mettere gli epici pezzi pop che in certi momenti del libro sono stati parte viva della stessa risoluzione degli enigmi.

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Non sono un critico cinematografico, lo ammetto, ma dico la mia anche sulla prova degli attori. Non male Tye Sheridan (X Men: Apocalypse) che ci regala un Wade un pò spaesato che pian piano prende coscienza di sè e del suo ruolo, anche se gli ho preferito la bella Olivia Cooke (“Bates Motel”)  che si è beccata il personaggio forse più difficile e sfaccettato ma riesce a imprimergli il giusto piglio tra forza e dolcezza. Non pervenuti, in tutta sincerità, gli altri ragazzi, più oneste spalle che altro mentre Ben Mendelsohn (visto recentemente in “Rogue One”) con il suo aziendalissimo Nolan Sorrento ci regala un villain in pura salsa Spielberg dei primi tempi.
Attraverso la magia del motion capture e dell’animazione al computer, gli attori non solo hanno interpretato i loro ruoli nella vita reale, ma sono riusciti anche a dare vita alla loro controparte avatar. Spielberg ha controllato ogni minima cosa con il suo cast di scenografi, costumisti e ben due società di effetti speciali. Grandissima attenzione è stata data ad ogni aspetto dei personaggi: dalle acconciature ai costumi alle trame digitali uniche che sono visibili sulla pelle.
Curiosità: per questo film sulla realtà virtuale è stata utilizzata una tecnologia VR all’avanguardia proprio per dirigere gli ambienti. Lo stesso regista ha utilizzato una cuffia VR per poter osservare un set interamente digitale, bloccando gli attori come i loro avatar e pianificare cosi’ le riprese

Al netto degli effetti speciali favolosi, ora chi leggerà questa recensione penserà che il film non mi sia piaciuto ma in realtà non è così. Alla fine, pur prendendo una piega diversa dal romanzo (che si sarà capito, io ho adorato), anche Spielberg giunge allo stesso punto finale. Sono due cammini diversi che portano alla stessa morale, che trovo quanto mai giusta e fondamentale da far capire, perché oggi la nostra vita non può dirsi molto diversa da quella degli abitanti di Oasis, in quanto infatti siamo anche noi anestetizzati da cellulari e internet, e sempre più giovani preferiscono una realtà fittizia fatta di videogiochi e avventure online piuttosto che la realtà, più noiosa e stressante, di tutti i giorni.
 

Quindi che giudizio dare a questo Ready Player One in arrivo nei nostri cinema dal 28 marzo? Spielberg ha detto: “Volevo che questo film fosse talmente veloce da far volare i capelli all’indietro mentre corri verso il futuro“. Io i capelli non ce li ho più ma sono sicuro che questo film piacerà molto ai giovani e ai meno giovani, a coloro che vivono nel web tutti i giorni e magari proprio lì coltivano le loro amicizie e i loro hobby.
Non lo nego, il mio amato Steven poteva osare un po’ di più e questo poteva essere di certo il film manifesto di tutti i nerd del mondo ma per quello c’è il libro, di cui consiglio sempre vivamente la lettura!
Per del sano divertimento non resta invece che indossare gli occhiali della fantasia e farci trascinare di nuovo da chi non avrà creato una realtà virtuale, ma sicuramente un universo pop fatto di storie e personaggi in grado di farci sognare!

 

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