recensione del film con Jeremy Renner

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Taylor Sheridan la chiama la sua “trilogia della frontiera”: iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water, per questo ultimo capitolo lo sceneggiatore americano ha deciso di non affidare ad altri registi la direzione della sua creatura ed è passato dietro la macchina da presa. E l’ha fatto con successo: I segreti di Wind River (in uscita nelle sale italiane il 5 aprile) è stato presentato al Sundance Film Festival lo scorso anno e ha fatto vincere a Sheridan il premio per la miglior regia nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes, ottenendo un immediato riscontro di critica e di pubblico. Dopo aver esplorato il confine con il Messico in Sicario e la Comancheria del Texas in Hell or High Water, in questo thriller Sheridan ci porta a esplorare un altro territorio di frontiera dell’America contemporanea: le riserve indiane in cui i nativi americani sono confinati, un microcosmo spesso ignorato dalla giustizia e dalle istituzioni. Ed è qui che si dipana uno dei migliori thriller prodotti nello scorso anno.

La brutale realtà dietro la finzione

I segreti di Wind River ci porta nel gelido e innevato Wyoming, precisamente nella riserva indiana del titolo del film. Qui troviamo Cory Lambert (Jeremy Renner), cacciatore esperto di queste zone perché viene spesso chiamato a uccidere i predatori che minacciano gli allevamenti dei residenti. E proprio mentre segue alcune tracce sulla neve trova il cadavere di Natalie (Kelsey Asbille), figlia diciottenne di un suo caro amico. Insieme all’agente FBI Jane Banner (Elizabeth Olsen) inizia così una vera e propria caccia all’uomo per scovare il responsabile – o i responsabili – della morte della ragazza, che ha corso a piedi nudi nella neve per sei miglia prima che il freddo la uccidesse. Il risvolto noir e thriller del film si scontra con la dura realtà delle riserve indiane, ben tratteggiata da Taylor Sheridan: territori dimenticati dalle istituzioni e dalla giustizia, luoghi che rivelano spesso elementi di degrado sociale, comunità dove le scomparse di ragazze sembrano essere all’ordine del giorno senza che le autorità se ne preoccupino.
Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen, già visti insieme nei film degli Avengers, rivelano un’ottima chimica sullo schermo: la fisicità e la durezza espressiva di Renner si sposano bene con la delicatezza e l’intensità emotiva della Olsen, dando vita a un duo che riesce a reggere e condurre la tensione che accompagna la pellicola. Una tensione che cresce lentamente e che esplode di colpo al culmine del climax, accompagnato da un flashback che ne aumenta la carica drammatica e rivela una sceneggiatura precisa e ponderata, fatta di attese e di dialoghi essenziali e significativi, eviscerati di qualunque vezzo stilistico e per questo potenti nella loro sostanzialità.

La trilogia della frontiera

Dopo Sicario e Hell or High Water, I segreti di Wind River ci porta faccia a faccia con quei territori americani di confine – tra Paesi, culture o popoli – spesso poco esplorati dalla cinematografia contemporanea (soprattutto per quanto riguarda le riserve come quella di Wind River, e non è un caso che diverse tribù native abbiano approvato e finanziato il progetto di Sheridan). Perché la scelta di concentrarsi su questi confini? “La moderna frontiera americana ci dice realmente chi siamo come popolo”, ha spiegato il regista. “Questo è un paese nuovo, queste sono regioni che abbiamo tracciato di recente e le conseguenze di questo insediamento sono ancora oggi molto presenti. È qualcosa che non è stato mai completamente analizzato nei film, per questo ho voluto spiegarlo”. La decisione di non affidare ad altri la regia di quest’ultimo capitolo della trilogia deriva proprio dalla necessità di dare la sua impronta personale al film: “Magari un altro regista avrebbe avuto una visione diversa, non potevo fidarmi”, ha spiegato Sheridan, che per i film precedenti si era limitato al ruolo di sceneggiatore, affidando la direzione a Denis Villeneuve e David Mackenzie. “Questo era il film con cui avrei avuto successo o avrei fallito del tutto. Dovevo essere pienamente responsabile di ciò che questo film comunica e del modo in cui lo fa, per rispetto delle persone di cui parla, che hanno vissuto e sofferto i fatti raccontati in questo film”.

Una sceneggiatura forte ma superficiale in alcuni punti

Sheridan regala un’ottima prova dietro la macchina da presa: la regia è ben calibrata, con un ritmo volutamente lento ma comunque ansiogeno in cui le vaste distese innevate del Wyoming non riescono ad alleviare quel senso di oppressione che si respira nel corso delle indagini. Indagini che però non rivelano chissà quale mistero: procedono in maniera lineare e sono poi le reazioni dei personaggi in gioco a scatenare l’effetto sorpresa nella scena climax dell’intera pellicola.
La vera forza del film sta indubbiamente nella sua sceneggiatura: essenziale e svuotata di abbellimenti, risulta più debole e superficiale solo nella costruzione del personaggio di Jane, forse troppo subordinato a quello di Cory Lambert (per quanto sia comunque presente una sua chiara evoluzione). Poco approfondita anche la reazione dei genitori della vittima al lutto, ma nonostante questo I segreti di Wind River resta un thriller d’effetto che colpisce lo spettatore nella sua durezza e nella sua cruda riflessione su quella parte d’America troppo spesso ignorata.

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