recensione del film con Willem Dafoe

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Chi non ha mai sognato di andare a Disney World? A due passi da Orlando, in Florida, si trova il più grande complesso di parchi a tema del mondo, meta di milioni di visitatori ogni anno. Eppure l’atmosfera che si respira lungo la superstrada che porta al resort è decisamente poco fiabesca: vecchi e coloratissimi motel che un tempo accoglievano soprattutto turisti oggi ospitano famiglie che lì trovano una nuova casa, perché per un motivo o per l’altro non possono permettersi l’affitto di un normale appartamento. È stato proprio vedere alcuni bambini giocare sul ciglio dell’autostrada ad aver dato a Chris Bergoch e Sean Baker lo spunto per la sceneggiatura di Un sogno chiamato Florida, in originale The Florida Project – ovvero il nome iniziale del progetto Disney World – che in Italia esce il 22 marzo. Il film, diretto dallo stesso Baker, è una fiaba disincantata, un viaggio nell’immaginazione di una bambina contro le brutture di una vita ai margini in cui il sogno di visitare Disney World è tanto vicino quanto irraggiungibile.

Cronaca di un’estate

Magic Kingdom non è solo un parco tematico all’interno di Disney World. È anche il nome di uno sgargiante motel nei pressi del resort, un tempo pensato per gli ospiti meno esigenti del parco e ora vera e propria casa per famiglie povere o impoverite dalla crisi economica. Qui abita anche la piccola Moonee (Brooklynn Kimberly Prince) insieme alla giovanissima madre Halley (Bria Vinaite). Moonee ha sei anni e trascorre le giornate estive giocando e combinando guai con altri bambini del motel (o di quello accanto). La noia e la mancanza di supervisione li portano a comportarsi male e in maniera spesso irriverente e dispettosa: fanno gare di sputi sulle macchine di nuovi ospiti, fanno saltare la corrente di tutto il motel, elemosinano spiccioli dai passanti per comprarsi un gelato.
Sullo sfondo si delinea fin da subito una situazione difficile e a tratti degradante, con una madre costretta a prostituirsi per pagare la loro piccola stanza di settimana in settimana. Piccole truffe, la necessità di avere cibo gratis dagli enti benefici o dall’amica che lavora in una tavola calda: sono elementi che, sparpagliati qua e là, si insinuano nei momenti di gioco di Moonee e diventano specchio di una realtà certamente drammatica. Una realtà che però non spezza la fantasia infantile della bambina, che con la sua immaginazione riesce a costruire una personalissima Disney World tra i motel, le case abbandonate, gli outlet a tema Disney. Un campo di vacche al pascolo si trasforma così in un safari in stile Animal Kingdom, le case abbandonate diventano di colpo case stregate in cui però sognare di abitare.

Willem Dafoe e gli sconosciuti

Ogni motel ha il suo manager e quello del Magic Kingdom è Bobby, interpretato da un Willem Dafoe strepitoso (l’interpretazione gli è valsa una candidatura agli Oscar come miglior attore non protagonista). Se inizialmente Bobby viene tratteggiato come il nemico della situazione, severo e inflessibile, ben presto si rivela essere un personaggio particolarmente umano, attento ai suoi ospiti e genuinamente interessato al loro benessere.
In questo microcosmo in cui i bambini vengono lasciati liberi di bighellonare senza supervisione, è lui a tenerli d’occhio da lontano, pronto a difenderli da potenziali minacce – visceralmente drammatica è la scena con il presunto pedofilo – così come ad assecondare i loro giochi più canonici e tranquilli, come il nascondino. L’interpretazione di Dafoe, genuina e mai esagerata, non oscura comunque quella dei giovani attori emergenti come Bria Vinaite, qui al suo primo lavoro da attrice, che riesce a essere una giovane donna arrabbiata col mondo ma legatissima alla figlia. Se il film cattura il cuore dello spettatore però è anche e soprattutto per Brooklyn Kimberly Prince, che ci regala una delle migliori interpretazioni infantili degli ultimi anni: apparentemente menefreghista e ribelle, lascia invece intravedere la sua sofferenza per la situazione in cui si trova fino al climax finale, una scena così autentica e sincera da lasciare spiazzati.

Ingiustamente snobbato agli Oscar

Un sogno chiamato Florida è questo: dialoghi autentici (un aspetto da non sottovalutare, perché è spesso difficile rendere in maniera realistica il mondo e il linguaggio dei bambini) e interpretazioni genuine, un montaggio delicato e una fotografia che punta sui colori per rendere fiabesca una situazione drammaticamente reale.
Nonostante alcuni rallentamenti di scrittura sparsi qui e lì, Sean Baker confeziona uno dei migliori film dell’anno, una storia che colpisce in pieno lo spettatore nel suo evidenziare in maniera così sensibile un aspetto sociale dell’America contemporanea raramente portato sul grande schermo. È quindi un peccato che un prodotto del genere sia stato così ignorato sia dall’Academy che dalla HFPA, che hanno considerato degna di nomination solo l’interpretazione di Dafoe. Avrebbero dovuto invece dare più spazio al viaggio di una bambina capace di trovare avventure e meraviglie a dispetto di tutto, all’ombra di quella meraviglia Disney che le è tristemente preclusa.

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