Recensione del live action su Amazon Prime

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Non è certo un mistero che, durante lo sviluppo di Far Cry 5, Ubisoft abbia concentrato gran parte delle sue attenzioni nella costruzione di un setting alquanto affascinante, violento ed allucinato. La sua reinterpretazione videoludica dei territori del Montana ci introduce infatti ad un ambiente schiacciato dal giogo del fanatismo religioso, di una setta che predica la comunione spirituale con il Signore al fine di ottenere la remissione dei peccati prima del prossimo arrivo dell’apocalisse. Alla guida di questa combriccola di pecorelle smarrite c’è il pastore Joseph Seed, un uomo affabile e grande oratore, le cui parole di pace e armonia – paradossalmente – generano più morti che accoliti. Sia dai nostri numerosi hands-on, sia dai vari materiali promozionali distribuiti in attesa della release definitiva (prevista il 27 marzo) è facile quindi intuire che il comparto narrativo rappresenti proprio l’elemento distintivo di una produzione che, ludicamente parlando, non si allontana dai “comandamenti” a cui la serie ci ha ormai indottrinati.
Proprio per farci giungere preparati al lungo sermone di Joseph Seed, Ubisoft propone per il suo Far Cry 5 un tipo di narrazione transmediale, che sfrutta il mezzo cinematografico/televisivo allo scopo di raccontare un po’ più nel dettaglio alcuni aspetti della trama dell’opera, e per presentarci in anteprima i personaggi che incontreremo durante le nostre scorribande montane. Con l’intento di generare nuovi seguaci, il cortometraggio in live action Far Cry 5: Inside Eden’s Gate sale sul pulpito di Amazon Prime Video, affinché gli spettatori si lascino irretire dal verbo di Seed, e decidano così di seguirne gli insegnamenti all’interno del videogioco.

Paradiso+Inferno

Come suggerisce apertamente il nome, la (fittizia) contea di Hope County, nello Stato del Montana, è la terra della “speranza”: qui i peccatori, gli affranti, gli smarriti trovano tra le braccia del “Padre” Joseph Seed l’espiazione, l’accettazione, l’accoglienza. A quale prezzo? Solo la “cieca” fiducia, la fede imperitura, l’abbandono incondizionato, e – quando necessario – la violenza omicida. Per indagare sul progetto Eden’s Gate, ossia quella che sembra a tutti gli effetti una setta incline al condizionamento mentale ed al soggiogamento della volontà individuale, un gruppo di tre “vlogger” cerca di intrufolarsi tra il gregge di fedeli. Ma questo scoop potrebbe costargli molto caro: non è solo la vita ad essere a rischio, ma anche – e soprattutto – la libertà. In appena trenta minuti, il regista Barry Battles (visto all’opera nel film The Baytown Outlaws) è chiamato all’arduo compito di fornire un sapido assaggio della deviata atmosfera si respirerà in Far Cry 5, centellinando con cura le informazioni più stuzzicanti senza però svelare i segreti più reconditi di Eden’s Gate, in modo tale da lasciare un piccolo alone di mistero utile ad attirare il pubblico nei negozi fisici o digitali. Il lavoro svolto sul fronte registico è di banale routine, al pari di quello operato sulla sceneggiatura: il Montana di Ubisoft è un luogo popolato da zoticoni con camicie di flanella, lunghe barbe mal curate, e da creduloni che si lasciano addomesticare con paroloni altisonanti.
Nella sua semplicità, però, Inside Eden’s Gate è dotato di un magnetismo che calamita i nostri sguardi e le nostre orecchie in pochi minuti: ed il merito spetta interamente al carisma di Joseph Seed, sulla cui voce e sulla cui enfatica gestualità si fonda l’intero appeal di questo gradevole cortometraggio.

A dargli timbro e fattezze è Greg Bryk, esattamente lo stesso attore sul quale è stata modellata la versione digitale del villain, proveniente da una lunga carriera costellata di ruoli “minori” in opere seriali e filmiche. Appare sin da subito evidente che Seed, il “Padre”, incarni il cuore pulsante di Far Cry 5: nel suo sguardo, che si intravede lievemente attraverso le lenti giallastre, traspare quel luccichio a metà strada tra la pazzia e la genialità, mentre dalla sua loquacità, calda e rassicurante, divampa un abbraccio che accudisce, tranquillizza, soffoca, stritola ed uccide.
È un uomo molto pericoloso, questo pastore di anime innocenti, che scava a fondo nello spirito delle sue prede per sgretolarle dall’interno, per assoggettarle e possederne prima il corpo, poi la mente ed infine l’anima. I metodi di “persuasione” che utilizza – è chiaro – non sono poi così tanto ortodossi, e contribuiscono a delineare quindi la personalità contorta di un antagonista che potrebbe rivelarsi, con molta probabilità, uno dei migliori dell’intera saga. Greg Bryk lo interpreta con fare genuinamente istrionico, quasi teatrale, come farebbe – del resto – un predicatore commediante: Inside Eden’s Gate, a tal proposito, è uno short movie dal tocco palesemente “videoludico”, che vive di eccessi, di cambi repentini di ritmo, di un prevedibile irrealismo di fondo.

Quando la cinepresa si allontana dal viso di Seed per focalizzarsi sugli altri protagonisti, l’approfondimento sulle tecniche di “convincimento” del pastore lascia spazio a brevi sequenze action non proprio entusiasmanti, che trasformano delle semplici web star in novelle Lara Croft: una scelta che, per quanto occorra sospendere l’incredulità, resta comunque perfettamente in linea con il mood che contraddistingue la saga Ubisoft, dove persone comuni si trovano dinanzi a situazioni più grandi di loro, ed imparano, in casi estremi, a tirar fuori gli artigli. O, in questo caso, pistole, fucili e baionette: strumenti di “conversione” che, nel Montana, sono più efficaci persino della Bibbia.

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