recensione della serie brasiliana di Netflix

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Negli ultimi anni, grazie alle serie cable, ci siamo abituati all’idea di vedere uscire di scena dei personaggi importanti quando meno ce lo aspettiamo, con l’esempio emblematico rappresentato da Game of Thrones che sette anni fa uccise l’apparente protagonista nel penultimo episodio della prima stagione. Una lezione che O Mecanismo applica in modo inatteso con l’equilibrio narrativo tra i due personaggi principali, Marco Ruffo (Selton Mello) e Verena Cardoni (Caroline Abras). Nel primo episodio è lui, onesto e determinato nel voler vedere la giustizia trionfare, a dare la prima spinta per quella che diverrà l’Operazione Autolavaggio, guidandoci nei meandri della corruzione nel sistema brasiliano con una voce narrante uscita direttamente dai classici del noir hollywoodiano. Solo verso la fine della puntata c’è la transizione verso di lei, suggerendo una condivisione del ruolo di esegeta del caso sporco che dominerà le loro vite. E poi, nel secondo episodio, la svolta: Ruffo, costretto a lasciare la polizia e non più in grado di mantenere la famiglia, si toglie la vita prima che parta la sigla. Un cambiamento importante (sebbene lui continui ad apparire tramite flashback), che dà a Verena la posizione principale e segnala il cambio di rotta rispetto allo stile abituale del co-creatore José Padilha, avvezzo a situazioni piene di action e testosterone.

Intrigo nazionale

O Mecanismo è la seconda produzione seriale di Netflix a provenire dal Brasile, dopo il thriller distopico 3%. Anziché immaginare un possibile futuro si trae ispirazione dal presente, con un approccio a dir poco immediato dato che la vera indagine, avviata ufficialmente nel 2014, non è ancora conclusa. Siamo pertanto di fronte a un prodotto che incarna doppiamente la natura teoricamente aperta della narrazione seriale, essendo per ora incerta la conferma di ulteriori episodi dopo i primi otto e avendo a disposizione un quantitativo attualmente indefinito di materiale da portare sullo schermo. L’incertezza procede di pari passo con la struttura ben definita di una stagione inaugurale all’insegna della suspense, della narrazione non lineare e dell’analisi socio-politica di un paese le cui difficoltà sono tutt’altro che una cosa del passato, il tutto con un ritmo serrato ma senza la componente ipercinetica tipica della filmografia di Padilha, il quale in questa sede se la prende più comoda, con lunghe sequenze dialogate e l’azione brutale ridotta al minimo indispensabile.

Un buon inizio

La stagione completa conferma l’impressione lasciata dal primo episodio circa gli antagonisti della serie, privi del carisma necessario per poter competere con altre produzioni latinoamericane di Netflix come Narcos (paragone inevitabile data l’appartenenza allo stesso genere e la presenza di Padilha dietro la macchina da presa), ma ribadisce anche la potenza dell’insolito duo centrale, con l’evoluzione inattesa – per chi non conoscesse gli eventi reali – di Verena a farci da guida nel mondo moralmente grigio del riciclaggio di denaro sporco e della corruzione che è uscita dalle favelas per invadere le zone più benestanti della nazione. Un mondo dal quale usciamo divertiti e informati, con una decisa voglia di tornarci qualora la serie dovesse essere rinnovata, per essere nuovamente sedotti dal meccanismo dello show e di Netflix.

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