Re:Mind, la recensione della serie giapponese di Netflix


La popolazione giapponese trova una sua caratterizzazione, tra le altre cose, nel vitalismo esasperato con la quale vive le sue passioni/ossessioni. Ne è talmente attratto da arrivare a creare, e quindi fruire, mondi e immaginari inconcepibili nel resto del pianeta terra; mondi che vanno dalla più incredibile bellezza alla deviazione più assoluta. È il paese della contraddizione, dei maid café e dei pudori più estremi; il paese dove il perbenismo, la cortesia e l’estrema educazione pubbliche hanno bisogno di valvole di sfogo, vulcani che eruttano in esplosioni di fantasie fuori di testa. Tutti conosciamo la perversione e la visione che il Sol Levante ha dell’horror, così come ben nota è l’euforia ossessiva che circonda gli/le idol, adolescenti elevati al rango di vere superstar. Cosa succede se si prendono due mondi, quello degli idol e dell’horror, e si mettono insieme? Può per esempio accadere che su Netflix esca una serie come Re:Mind.

Aggiungi un posto a tavola

Undici ragazzine, rigorosamente in uniforme scolastica, si risvegliano in una strana stanza dall’arredamento medievale. Sono sedute intorno ad una tavola riccamente apparecchiata, incappucciate, impossibilitate a muoversi da delle specie di ceppi, imprigionate. Il terrore è prevedibile, come prevedibile è il loro scopo: trovare una via di fuga. Quelle che a primo impatto sembrerebbero delle povere vittime vengono però subito ricontestualizzate. Si conoscono tutte, sono compagne di scuola, e hanno un intuibile segreto in comune. Loro sono undici, le sedie dodici; manca infatti Miho, amica sparita tre mesi prima. Che qualcuno le voglia punire per un misterioso peccato? Inizia quindi un viaggio mnemonico, indietro nei ricordi, scavando all’interno delle proprie azioni. È un viaggio di espiazione, di confessione delle proprie debolezze tra torture e spaventi, per arrivare a scoprire l’oscurità che si cela dietro gli angelici volti.

Chi ha paura della banalità

L’idea di fondo potrebbe anche essere interessante, se non fosse che il tutto è sviluppato nella maniera più banale possibile. Con un movimento che assomiglia a quello di Tredici, ciascuna delle ragazze deve rendere conto di peccati personali, tutti legati all’amica assente. Si scoprono relazioni e associazioni inaspettate, ma non c’è niente che sorprenda veramente. Tutto è veramente troppo mediocre, senza rivelazioni degne di nota, con uno schema di fondo che si trascina ripetutamente nei venticinque minuti di ciascuno dei dodici episodi. Risultano futili e improbabili storie di ragazzine, ma nel senso peggiore, non supportate da una scrittura in grado di rendere con delicatezza o interesse il quotidiano o il superfluo. Anche il lato “spaventoso” della cosa è gestito con mediocrità. La tensione è assente, le trovate orrorifiche fin troppo blande e banali. C’era la possibilità di poter spingere, di mettere in piedi qualcosa dalla visionarietà forte, quasi malata, ma si è sciolto tutto subito, rivelando la vera natura del prodotto.

L’abilità dell’idol

Il lato horror infatti è un pretesto, uno dei qualsiasi palcoscenici per i veri motivi di interesse della serie, le Hiragana Keyakizaka46. Le protagoniste infatti fanno tutte parte del celebre gruppo idol, mostrando i propri limiti recitativi. Sono ragazzine osannate per il loro status, senza particolari abilità, inserite in un contesto che può portare all’esaltazione il solo fandom del gruppo. È tutto veramente troppo brutto, dalla scrittura alla recitazione fino alla regia, ma non per loro, non per le schiere di ossessionati ragazzini che hanno il solo desiderio di vedere i propri idoli nelle più disparate situazioni, senza l’interesse di un prodotto costruito bene. Per tutti gli altri è un qualcosa di evitabile, dal concept di fondo sicuramente intrigante, ma che non mette in campo nessun valore per concretizzarlo.





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