The Mimic, la recensione dell’horror disponibile su Netflix

Min-ho e Hee-yeon, marito e moglie, si trasferiscono in una nuova casa di campagna insieme alla figlia piccola Jun-hui e alla madre di lui, malata di Alzheimer. La dimora è situata in una zona isolata immersa nella natura nei cui pressi è situata una piccola costruzione murata, luogo in passato di macabri eventi; proprio nei dintorni della struttura la donna incontra una bambina sperduta nel bosco che la sera stessa si presenta alla porta di casa. Hee-yeon decide di prendersene cura prima di informare la polizia, anche per dimenticare la scomparsa dell’altro figlio maggiore, sparito tempo prima in circostanze misteriose. In The Mimic col passare dei giorni la nuova arrivata comincia a manifestare strani comportamenti e cerca di copiare in tutto i comportamenti della poco più grande Jun-hui, sostenendo inoltre di chiamarsi con lo stesso nome e rivolgendosi alla coppia con gli appellativi di “papà” e “mamma”. Nel frattempo un detective locale scopre inquietanti segreti legati a diverse sparizioni avvenute nel corso degli anni in quella zona.

Spettri del passato

Tra gli horror più fortunati al botteghino asiatico negli ultimi anni, The Mimic (disponibile su Netflix) è ispirato alla leggenda locale della Tigre di Jangsan, una creature mangiauomini che secondo il folklore si aggirerebbe nelle montagne sovrastanti la città di Busan adescando le proprie vittime con un suono ricordante un lamento femminile. Jung Huh, alla seconda prova dietro la macchina da presa dopo l’apprezzato thriller Hide and Seek (anch’esso presente sulla piattaforma on demand), decide in fase di sceneggiatura di imbastire una vicenda coniuganti i tipici istinti orientali del filone con un marcato sottotesto drammatico, mettendo al centro dell’inquieta vicenda una famiglia problematica (dalla malattia mentale della nonna alla scomparsa del primogenito in circostanze non chiare) i cui dilemmi vengono progressivamente svelati col procedere dei minuti. Un lato emotivo quindi dominante gran parte della visione che ha il demerito di eccedere in uno stanco patetismo nell’estenuante finale, vero e proprio punto stonato di un’operazione altrimenti onesta e in piena sintonia con la maggior parte delle produzioni a tema. Dopo il prologo notturno, che introduce alla componente sovrannaturale del racconto, le dinamiche orrorifiche si adoperano attraverso i classici mezzi ambientali di genere, tra specchi che rivelano macabre presenze e armadi nascondenti potenziali pericoli, in un gioco stilistico che, attraverso un efficace uso delle prospettive e incisivi jump-scare, riesce a creare una manciata di situazioni discretamente terrorizzanti.

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