The Thousand Faces of Dunjia, la recensione del fantasy disponibile su Netflix

Le regole del mondo mortale sono dominate da due antichissimi elementi che, come lo yin e lo yang, viaggiano su rette opposte e complementari: il Qimen, relativo al passaggio del tempo, e il Dunjia, legato ad antiche discipline astrologiche. Sulle tracce del secondo vi è da millenni la razza dei demoni che, dopo secoli vissuti celandosi alla vista e conoscenza degli uomini, sono ora risvegliati da una potente creatura loro simile intenzionata a prendere il possesso del Pianeta con l’aiuto di un antico esemplare rimasto in volontaria prigionia in attesa del momento giusto. A opporsi alle mire dei mostri vi è un clan segreto di abilissimi guerrieri che, per fermare l’avanzata del sempre più potente e minaccioso nemico, deve rintracciare un nuovo leader dotato di straordinari poteri in grado di opporsi all’imminente minaccia. In The Thousand Faces of Dunjia anche un giovane funzionario della polizia locale si unisce alla disperata impresa di questo manipolo di combattenti, ma le insidie diventano di portata maggiore giorno dopo giorno.

Il tempo degli eroi

La voglia di stupire di un regista circense ed eclettico come Tsui Hark sembra non cessare mai e anche quando si limita solo a scrivere e produrre tutta la potenza delle sue idee rimane saldamente legata alla messa in scena. Dopo aver lavorato in Journey to the West: The Demons Strike Back (2017) con il collega Stephen Chow, il maestro hongkonghese collabora in quest’occasione con un altro nume tutelare quale Yuen Woo-ping, conosciuto dal grande pubblico per essere l’uomo dietro le coreografie di Matrix e Kill Bill, affidandogli la direzione di questa spettacolare avventura fantasy, auto-remake del cult The Miracle Fighters (1982), diretto da Yeon stesso negli anni ’80. Dopo un breve background introdotto dal voice-over durante i titoli di testa, la narrazione ci catapulta subito in una realtà sospesa tra miti e leggende in cui i demoni/alieni convivono nel nostro mondo all’insaputa di tutti tranne che dell’elitario clan di guerrieri atto a impedirne il ritorno. Il primo incontro con un gigantesca creatura dalle sembianze di un’affamata carpa introduce da subito alle atmosfere che avranno da lì luogo per tutte le due ore di visione, eternamente sospesa tra una continua ricerca dell’epica e una comicità demenziale di matrice cinese, ricetta che i cultori di certo cinema orientale già ben conoscono.

Azione e risate

The Thousand Faces of Dunjia (disponibile su Netflix) cerca di osare anche nella gestione degli effetti speciali, molto più raffinati della non ancora eccelsa media nazionale, dando vita a creature dal design affascinante realizzate con una discreta CG, elemento fondamentale anche nei numerosi duelli tra i personaggi umani. Il tutto con una gestione quanto meno curiosa del nucleo di personaggi principali, con tanto di menage a quattro dante vita a gelosie e furiosi battibecchi improntati per la maggior parte a una sprezzante ilarità ma non privi di momenti più drammatici. La forza primigenia del wuxia trova terreno fertile negli avvincenti combattimenti e negli incredibili salti spiccati dagli esperti guerrieri, e non sono vaghi i rimandi ad altri cult di Tsui Hark come The Legend of Zu (2001) e Seven Swords (2005), o a classici del genere quali Il signore degli anelli (la scene nelle grotte cita esplicitamente in alcuni dettagli quella delle miniere di Moria), per un’operazione ambiziosa che pecca soltanto in alcune imperfezioni nella processione degli eventi, riscontrabili in particolare nella prima mezz’ora dove situazioni apparentemente scollegate si trovano a coesistere in maniera parzialmente confusa prima di trovare la successiva coesione.

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