The Walking Dead 8×10: Storie multiple

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Settimana scorsa abbiamo assistito all’evento che aveva segnato sia l’interruzione pre-natalizia (con l’annuncio) che l’attesa del ritorno dell’ottava annata di The Walking Dead: la morte di Carl, morso da uno zombie e ora non più parte del gruppo che seguiamo assiduamente dal 2010. Una lunga agonia (letteralmente, poiché l’episodio in questione era di durata estesa), che doveva dare un’iniezione di adrenalina alla scrittura sempre più letargica dello show ma che invece si è rivelato una sorta di non-evento, per il semplice motivo che il figlio di Rick da diverso tempo era tra i personaggi più disprezzati dal pubblico, motivo per cui piangere la sua dipartita con una puntata intera sapeva più di cinismo produttivo che vero lampo di genio artistico. Una strategia rivelatasi controproducente, poiché la nuova premiere midseason è stata la meno vista di sempre (poco più di otto milioni di telespettatori per la prima messa in onda americana, mentre tutti gli episodi analoghi precedenti superavano abbondantemente la soglia dei dieci milioni), presumibilmente perché la conoscenza anticipata del decesso di Carl ha convinto i più scettici a non ritenere opportuna la visione della conferma. Ed eccoci al cospetto di ciò che accade dopo, sintomatico, come sempre, del difetto maggiore della serie da alcuni anni a questa parte: un’idea forte – per lo meno sulla carta – per il finale di stagione, in funzione della quale gli episodi precedenti procedono a un ritmo altalenante, con espedienti narrativi palesemente concepiti solo per riempire il numero di puntate richieste.

Andando per capitoli

Per cambiare un po’ aria dopo aver ucciso Carl, e ingannare il tempo in vista di sviluppi più importanti dietro l’angolo, gli sceneggiatori di The Lost and the Plunderers ricorrono all’ennesima variazione sul tema della temporalità frammentata: nello specifico, qui la storia è divisa in vari sottocapitoli, ciascuno incentrato su un personaggio diverso e con il suo nome a inizio segmento. Un’idea di per sé piuttosto valida nel contesto di uno show corale come questo, che sa ancora costruire racconti solidi intorno a determinati individui. E l’operazione nel complesso funziona, nel senso che le tipiche cadute creative legate allo sviluppo di alcuni personaggi in funzione della trama orizzontale sono per lo più assenti. Solo quando tocca, inevitabilmente, a Rick e Negan, intrappolati nel circolo vizioso di una scrittura che vorrebbe mettere in risalto il posizionamento ambiguo di entrambi sulla scala del bene e del male, si ritorna alla struttura classica, dove ogni tentativo di andare avanti è seguito da svariati passi indietro. Da quel punto di vista, l’imminente sostituzione di Scott M. Gimple come showrunner è il vero evento più atteso della stagione.

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