The Walking Dead 8×15: L’ora dei cattivi

Nel nostro commento all’episodio precedente avevamo parlato dell’evoluzione di Rick e Negan, finalmente giunta a un punto dove entrambi i personaggi sono divenuti interessanti sul piano drammaturgico, evidenziando l’ambivalenza morale di The Walking Dead attraverso le filosofie dei due personaggi e dando alla trama orizzontale l’assestamento necessario in vista di un finale di stagione che – forse – metterà in scena lo scontro definitivo tra le due fazioni. Ed è proprio con quell’evento all’orizzonte che ha senso mettere al centro del penultimo episodio dell’ottava stagione la comunità che ruota attorno a Negan, mostrandoci i presunti cattivi in modo più approfondito senza scivolare nella trappola della caratterizzazione macchiettistica che è stata un problema maggiore proprio con l’antagonista principale. Una scelta ponderata che porta al livello successivo quanto già fatto con il Governatore alcuni anni fa (ma in quel caso gli eventi erano quasi esclusivamente visti attraverso gli occhi di Rick o dei suoi amici), avvicinando questo ciclo di puntate al tipo di scrittura che aveva reso lo show un appuntamento catodico di non poco conto durante gli anni di Frank Darabont e, seppure con alcune cadute, Glen Mazzara. E sebbene su Rick sia ancora lecito qualche dubbio, complice una lettera postuma di Carl che potrebbe annullare la trasformazione delle ultime settimane, nel caso di Negan risulta evidente che questo sia il traguardo al quale lo showrunner puntava sin dall’inizio, dopo un preludio mal gestito e una parte centrale altalenante, dove la celebre imprevedibilità del villain era, paradossalmente, l’elemento più prevedibile del programma.

Battaglia in arrivo

La centralità attribuita alla fazione di Negan, pur cedendo occasionalmente ai peggiori impulsi creativi degli autori (nella fattispecie l’impossibilità che uno dei personaggi principali muoia in un episodio che non sia la premiere, il finale o le due puntate midseason), consente soprattutto al personaggio di Dwight di avere una presenza degna della sua teorica importanza ai fini della storyline a lungo termine, che finora non ha sfruttato in modo soddisfacente il suo ruolo di doppiogiochista a causa della solita necessità di allungare il brodo narrativo per sedici capitoli. La tensione e la coerenza interna, fortemente minacciate nelle settimane scorse in più modi, sono tornate nei ranghi e, finché si rimane alla corte di Negan, danno al racconto la giusta dimensione tragica, con punte di humour nero che in questo caso non risulta mai fuori luogo. Solo quando ci si allontana minimamente da questo epicentro drammaturgico per mostrarci gli “eroi” guidati da Rick si manifestano nuovamente le pecche strutturali e logiche a cui siamo abituati da tempo, per quanto una di esse sia minimamente giustificabile qualora si rivelasse importante per la funzione narrativa di Eugene (la cui possibile uscita di scena è un’eventualità a cui tutti pensano da oltre un anno). Rimane da vedere come verranno al pettine i vari nodi tra una settimana, occasione in cui la lunga attesa della nona stagione (e della nuova gestione dello show) verrà riempita dalla quarta annata di Fear the Walking Dead, con l’annunciato crossover con la serie madre.

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